Monster: The Ed Gein Story

Di Duilio Scalici

Non lo nego: quando ho saputo dell’uscita di Monster: The Ed Gein Story, ho sorriso come un bambino. Da appassionato del genere horror e cultore del true crime, il nome di Ed Gein per me non è certo una novità. È una figura oscura, torbida, tristemente celebre. Un uomo che, purtroppo o per fortuna, ha lasciato un’impronta indelebile nell’immaginario collettivo: ha ispirato libri, film iconici e persino altri mostri in carne e ossa.

La sua storia è un abisso senza fondo: grottesca, disturbante, ma anche incredibilmente tragica. Ed è proprio per questo che vedere un prodotto moderno, curato e rispettoso del soggetto mi ha colpito nel profondo. Ryan Murphy dimostra di saper raccontare l’orrore, affinando la sua arte stagione dopo stagione, regalando agli appassionati delle vere e proprie perle di inquietudine e introspezione.

In questo caso, però, c’è un nome che svetta su tutto: Charlie Hunnam. La sua interpretazione è sorprendentemente intensa. Non si limita a recitare, è Gein. I suoi sguardi, le espressioni sottili, quel modo instabile di abitare la scena… ti costringe a guardare, ti confonde, ti fa provare emozioni contrastanti. A tratti ti ritrovi perfino a provare pietà per un’anima che, nel suo delirio, sembra implorare redenzione. È disturbante. È umano. È vero. E ciò che sorprende ancor di più è come, in alcuni momenti, si riesca quasi a entrare in sintonia con lui. Sono brevi attimi, spesso filtrati da un’ironia sottile, nera, che riesce a strappare un mezzo sorriso anche nelle scene più crude. Questi frammenti alleggeriscono il peso del sangue, rendendo il personaggio ancora più ambiguo e profondamente umano. Ed è proprio lì che la serie colpisce più forte: quando riesce a farti sentire vicino a ciò che, razionalmente, dovresti solo respingere.

Notevole anche la trovata di inserire piccoli spin-off che mostrano la genesi di pellicole leggendarie come Psycho, Non aprite quella porta e Il silenzio degli innocenti. Un omaggio intelligente e ben inserito, che ci ricorda quanto Gein, pur senza volerlo, abbia dato forma ai nostri incubi cinematografici.

Unico vero scivolone? La rappresentazione di Alfred Hitchcock. Troppo caricaturale. Una presenza che stona, distrae, e spezza l’incanto di una ricostruzione per il resto molto efficace. Non riuscivo a guardarlo senza sentirmi trascinato fuori dalla narrazione.

Interessante anche il piccolo cross-over con Mindhunter, un dettaglio che i fan più attenti non potranno che apprezzare.

In definitiva, Monster: The Ed Gein Story non è un capolavoro, ma è un’opera affascinante, disturbante al punto giusto, che riesce a raccontare il Male senza indulgere nel sensazionalismo. Per chi ama il macabro, l’ambiguità psicologica e la sottile linea tra vittima e carnefice, è una visione imprescindibile.

Mi ha lasciato inquieto. Ma anche, paradossalmente, felice.

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Foto di copertina di Duilio Scalici


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