Perché ci si lamenta tanto della quantità di titoli pubblicati ogni anno, e che ogni anno aumenta inesorabilmente? Perché a farlo sono gli editori stessi, che sono quelli che quei libri li pubblicano? Oppure scrittori e scrittrici, che sono quelli che quei libri li scrivono? Oppure lettori e lettrici, che sono quelli che quei libri li leggono? Eh ma così non possono leggerli tutti, sono troppi. Ah, perché se fossero 40mila l’anno invece di 80mila li leggerebbero tutti? E poi, vi svelo un segreto, le librerie non sono in espansione come l’universo, per cui verranno esposti più o meno sempre lo stesso numero di novità – anche se, è vero, dureranno meno dello yogurt – mentre la grandissima parte dei libri, al netto delle librerie online, è come se non esistesse. Allora pensiamo alle foreste, all’ambiente, al nostro pianeta! Ma più titoli non equivale a più copie stampate, anzi, si stampa sempre meno, tanto nessuno legge. Fra quei titoli ci sono un gran numero di autori autopubblicati con testi stampabili a richiesta, per cui manco si pone il problema della tiratura. Forse il vero problema è che più gente scrive più aumenta la competizione per farsi leggere e di conseguenza la possibilità di campare di libri? Ma non è la lettura stessa dei libri che fa nascere in noi la voglia di poterci esprimere liberamente, cosa che in una società intellettualizzata significa sognare di diventare scrittori o artisti? Cosa dovremmo fare: impedire alle piccole case editrici di nascere? Istituire un albo degli scrittori come in Unione Sovietica? Permettere solo ai soliti quattro stronzi di scrivere reprimendo le ambizioni di tutti gli altri? Ma no, però, si dice, bisognerebbe pubblicare meno perché si sa: la quantità erode la qualità. In che senso? Nel senso che, a detta di chi si lamenta, 9 libri su 10 sono di scarsa qualità e la loro esistenza soffoca e nasconde quel libro su 10 che invece merita di essere letto (probabilmente scritto o pubblicato da loro). E allora perché gli editori non smettono di pubblicare pattume? Perché altrimenti non guadagnerebbero abbastanza per pubblicare anche libri di qualità o, nei casi dei grandi editori, per fare utili – alla fine sono aziende come tutte le altre in regime di libero mercato. E allora basta lamentele. È fin troppo evidente che chi si lamenta lo fa sostenendo implicitamente che soltanto loro e pochi altri dovrebbero avere il diritto di fare quello che fanno – cosa assai poco democratica. Che, dunque, gli scrittori e le scrittrici scrivano quanto pare loro, che gli editori pubblichino quanto pare loro e che lettori e lettrici leggano quanto e ciò che pare loro. Non ci camperà più nessuno? Amen, un giorno forse arriverà anche qui il reddito per “artisti” e tutti potranno essere felici di fare quello che vogliono fare senza pensare di essere degli impostori che dovrebbero smettere di scrivere perché altrimenti il Premio Strema Elèmiro Albattùmani non potrà andare in vacanza con la seconda moglie e gli amici a Porto Cervo.
s.

