L’arte di tampasiare

Alzarsi la mattina e non lavarsi, gironzolare per casa, passare davanti a un quadro leggermente storto e raddrizzarlo, poi trovare una cartolina sul tavolo, guardarla senza leggerla e rimetterla esattamente dove stava. È la descrizione del tampasiare di Andrea Camilleri, che lui pronunciava tambasiare (termine comunque italianizzato, poiché in siciliano sarebbe tampasiari o tambasiari), con quella B al posto della P che rende il verbo ancora più morbido, a ricordare un passo trascinato o un tempo che si allunga indefinitamente. Si potrebbe tradurre con “bighellonare” e non saremmo fuori strada, ma per come ne parlava Camilleri pare una forma di attività riservata in via esclusiva alla vita siciliana, e con una particolare enfasi per il non concluso. Cosa che mi fa venire in mente una frase di Gadda, milanese, contenuta in una lettera a Pietro Citati: “Non ho lavorato, ho ‘dovuto’ riposare, meriggiare, oziare e inconcludere”. Inconcludere, neologismo sopraffino, altrettanto immaginifico, sebbene qui l’etimologia sia chiara mentre in tampasiare resti avvolta nel mistero. Il tampasiare è un inconcludere (che contiene però anche il non lavorare/dover riposare/meriggiare/oziare), è un lusso dell’anima che si merita chiunque colga la grandezza di una visione espansa del fluire del tempo. Non dico che lo si debba esportare, deve rimanere figlio della terra in cui è nato, al contrario, rivendico il diritto di tampasiare ovunque io mi trovi, sentendomi immediatamente proiettato nel mondo descritto da Camilleri. È questo il potere delle parole… Concludete voi, oppure no.

s.

Illustrazione di Romareloaded


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