Scioperare non serve a niente proprio quando pensi non serva a niente. Se studiassi un po’ invece di lamentarti del fatto che non sai se troverai l’autobus che ti porterà al lavoro o no, sapresti quanto potente può essere questo strumento, uno dei pochissimi in mano ai lavoratori, dagli operai dell’antico Egitto che lasciarono scalpelli e martelli e il faraone fu costretto a pagarli agli operai del Nord Italia che nel 1943 bloccarono le fabbriche per far scricchiolare il fascismo. Senza il lavoro dei molti, nessun potere regge a lungo. Certo, se scioperano in quattro gatti è ovvio che l’effetto sarà limitato, è per questo che devono scioperare tutti (e con tutti intendo tutti quelli che lavorano per i padroni, e anche quelli che pensano di non farlo ma che col loro lavoro non fanno altro che alimentare il sistema) affinché l’incrociare le braccia abbia un reale impatto sulla “normalità”. Perché il problema è proprio la “normalità”: se a governo e stato va tutto bene così com’è, a noi non va bene affatto, tutto questo non è normale, e l’unico modo per dirlo è scioperare. I dipendenti perderanno dei soldi, sì – l’ho scoperto tempo fa, quando sono stato per un anno dipendente (a tempo determinatissimo) e per scioperare contro la precarietà del mio contratto mi hanno decurtato dei soldi dallo stipendio (oltre il danno la beffa, come si dice) -, gli autonomi guadagneranno di meno, ok, ma forse (vedete un po’ voi), è un prezzo che si può pagare per non sentirsi complici con un governo che non fa nulla per fermare un genocidio, anzi, che continua a vendere armi per perpetrarlo. Quale che sia la ragione – economica o morale, che in un mondo ferocemente neoliberista è poi la stessa cosa – a noi questa “normalità” fa schifo.
s.
P.s. Ovviamente l’arte di scioperare non è un’arte minore. Ma è così che vogliono spacciarcela.
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Illustrazione di Andro Malis

