L’arte di nuvolare

Sebbene alcuni dizionari potrebbero spacciarlo per un verbo arcaico sinonimo di “rannuvolare”, “nuvolare” significa tutt’altra cosa, anzi, forse proprio l’opposto dell’ingrigire il sereno. Le nuvole di cui parliamo qui sono quelle divinità minori sbeffeggiate dal commediografo greco Aristofane, poiché protettrici di quei nullafacenti dei filosofi. Aristofane ce l’aveva in particolare con Socrate, un uomo con le sembianze e soprattutto l’odore di un satiro (a sua discolpa dobbiamo dire nel V secolo a.C. i deodoranti non erano ancora stati inventati), colpevole di propinare agli ateniesi “aria fritta”, che è poi la stessa accusa rivolta a tutti i filosofi che hanno popolati i secoli successivi fino a oggi (nonché, grossomodo, il motivo per cui Socrate venne messo a morte dalla democraticissima Atene). Quest’aria fritta, fragorosamente inutile perché non ti dà direttamente da mangiare come uno strumento qualsiasi (tipo, che ne so, una canna da pesca), è simbolicamente rappresentata dalle nuvole, enormi e vaporose, che danzano nel cielo come se fosse l’unica cosa da fare. E in fondo è così, con buona pace di Aristofane, che comunque secondo me scherzava: cosa dovremmo dire allora di uno che campava scrivendo commedie sui presunti fuffaguru dell’Antica Grecia? L’arte di nuvolare è un’arte che ci salva la vita, è l’arte di sopravvivere all’inverno del pratico, dell’utile, dell’immediato, del profittevole, del triviale, del lavoro. È quell’arte che sfoderiamo nel bel mezzo di un’importantissima riunione in ufficio, quando sembra che siamo presenti e invece stiamo pensando alle nuvole, cioè ai motivi per cui ha senso vivere nonostante le importantissime riunioni in ufficio. Ognuno ha le sue, di nuvole, le sue divinità. Dovremmo trattarle bene, accarezzarle con gli occhi, caderci dentro sapendo che la loro bianca morbidezza ha a che fare con quello che vorremmo essere davvero.

s.

Illustrazione di Romareloaded


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