Schopenhauer si era divertito a catalogare i colpi bassi della dialettica, dimostrando che, in una disputa, ciò che conta non è la verità ma la vittoria, cioè avere ragione (lo sanno bene i sofisti, gli avvocati e gli utenti dei social network). Io vi propongo il contrario: l’arte di non avere ragione. È un’arte più sottile, perché consiste nel liberarsi dall’ossessione di prevalere, rinunciando con eleganza al trofeo dell’ultima parola (da praticare, ovviamente, quando in gioco ci sono cose risibili come l’onore e l’orgoglio, nulla più). Perché – spero non vi stupiate – la ragione non corrisponde necessariamente alla verità, sempre che esista. E poi pensate al sollievo, per una volta, di ammettere di non avere ragione, a prescindere – come abbiamo visto – dalla verità: è una vera e propria goduria, soprattutto in un’epoca popolata da missionari di se stessi. A quel punto nulla disarma più il maniaco dell’aver sempre ragione: tanto che, con tutta la ragione che si ritrova, potrebbe finanche strozzarsi.
s.

