La modernità è contraddistinta dal primato del fare su tutto il resto. È l’homo faber (che purtroppo non c’entra nulla con De André) a prevalere dal Rinascimento in poi. Oggi non ne parliamo neanche, se per qualche secondo ti sgamano a non far nulla – anche solo riempire a caso un excel sarebbe più virtuoso – sei condannato al più crudele giudizio morale. Ma il bello è che raddoppiando il fare possiamo risolvere elegantemente la situazione. Far fare è l’arte definitiva, la più squisitamente infingarda. Somiglia un po’ al Motore Immobile di Aristotele: per mettere in moto il mondo basta un colpetto iniziale, purché sia qualcun altro a fare il resto. C’è chi lo chiama “delegare”, ma questo è il nome che gli danno nei manuali di management (come “riorganizzare” sta per “licenziare” e “sinergia” per “dammi i soldi”). In casa si chiama “gatto” mentre nelle organizzazioni complesse “leadership”. Ma non crediate che far fare sia un rozzo dare ordine, la faccenda è molto più sottile perché si tratta di convincere gli altri che ciò che stanno facendo è, in fondo, una loro idea. A pensarci bene io non lavoro perché ho voglia di lavorare, ma perché me lo fanno fare (chi? boh), e pare pure che abbia fatto tutto da solo (cercare un lavoro – questo solo perché non ho uno zio in Regione -, fare il colloquio, accettare due bruscolini come stipendio). Ma in fondo (e solo in apparenza paradossalmente) il progresso consiste nel trasferire una seccatura da sé a qualcos’altro; prima agli animali, poi alle macchine e adesso agli algoritmi. Non vedo perché dovremmo opporci dunque all’automazione totale e assoluta: è semplicemente la forma più evoluta del far fare. Dopo tutto questo allenamento sarebbe un peccato fermarsi proprio adesso, soprattutto quando baloccarti appare come una prospettiva ben più divertente di preparare una presentazione in power point. Io ve lo dico, come da sapiens siamo diventati sapiens sapiens, da faber diverremo faber faber.
s.

Illustrazione di Romareloaded
