L’arte di fantasiare

“Tutto ciò che prima non c’era anche se irrealizzabile”. Questa è la definizione di “fantasia” di Bruno Munari, una qualità distintiva degli esseri umani – non tanto dei bambini, sebbene il luogo comune li voglia particolarmente fantasiosi, ma degli adulti con la mente non (ancora) repressa dalla logicità asfissiante della routine. Infatti, la fantasia è quella capacità di mettere le cose in relazione fra loro per creare altre cose, artistiche ma anche con fini pratici, e ha dunque a che fare con la conoscenza del mondo – più cose sai più e meglio le puoi collegare – e soprattutto con una misteriosa elasticità della mente dovuta probabilmente all’ambiente (stimolante o meno) in cui cresciamo. In italiano, il verbo che si utilizza per indicare il “praticare la fantasia” è “fantasticare”, che però nel tempo ha assunto un valore alquanto negativo, infantile, affibbiato a colui che si “costruisce castelli in aria” – come se poi non fosse meglio avere una residenza immaginaria in un castello in aria piuttosto che una reale in una catapecchia. Colui che fantastica oggi è il “fottutissimo mercante di nuvole” di Baudelaire, che viene distolto dal guardare incantato alla finestra con un pugno, ricordandogli di finire la minestra. “Fantasticare”, effettivamente, ha molto a che fare con l’irrealizzabile – “Smettila di fantasticare!”, che significa: “tanto i tuoi sogni sono irrealizzabili”, che però non è una caratteristica costitutiva della fantasia: Munari dice “anche se irrealizzabili”, che è ben diverso. Meglio allora usare “fantasiare”, ancorché inesistente. Ma possiamo sempre dire di aver usato la fantasia, chi potrebbe mai obiettare? Più che altro – ed è questo il punto – “fantasiare” non è l’opposto di agire, è invece l’essenza stessa dell’essere svegli. Chi possiede la conoscenza ha i mattoni, e chi fa volare la fantasia ha l’unico progetto che rende la vita degna di essere abitata, anche quando la minestra è ormai fredda sul tavolo.

s.

Illustrazione di Romareloaded