In Giappone esiste una pratica diffusa chiamata inemuri, ovvero “essere presenti mentre si dorme”, che coincide sostanzialmente con le parole che pronuncio la sera quando mi stravacco sul divano: “ma no, non stavo dormendo, stavo solo riposando gli occhi”, solo che i giapponesi pare lo facciano in ufficio, a scuola, in metro come pausa strategica per recuperare le energie ed essere maggiormente produttivi. Pivelli. La vera arte di dormivegliare (verbo che, a scanso di equivoci, non esiste – anzi, esiste da adesso) è ben altra, ed è primariamente custodita dai gatti, i quali la praticano per circa l’intera giornata. I gatti dormivegliano perché dormivegliare è paradisiaco. Poi, certo, hanno quei cinque minuti in cui vengono irrimediabilmente posseduti dal demonio, forse anche grazie alla pratica del dormivegliare, ma di certo non lo fanno con quel fine. Ti guardano, accovacciati come austere sfingi, con gli occhi semichiusi, non realmente addormentati, facendoti sentire il peso di tutta una vita volta a “fare qualcosa”, quando è chiarissimo che la saggezza del mondo risiede in quelle due fessure oculari al di là di cui vi è senza dubbio il segreto della serenità. Mi spingo a dire che dormivegliare sia meglio di dormire, per quanto io adori dormire. E lo è per un semplice motivo, cioè che quando dormi non sai di stare dormendo, il suo beneficio lo avverti mentre ti stai addormentando beatamente sul guanciale al tepore delle coperte e magari al risveglio (a meno che questo risveglio non corrisponda all’inizio di una giornata che si preannuncia tragica). Nel dormivegliare, invece, senti tutto, senti di non essere né pienamente sveglio né pienamente addormentato, solo abbandonato alla vita in uno stato d’estasi irripetibile. Ma la cosa più importante – e in questo i gatti, come dicevo, sono i nostri grandi maestri – è che non serve una ragione per dormivegliare, al massimo ne serve una per non farlo!
s.

Illustrazione di Romareloaded

