La violenza illustrata

AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco

Di Stefano Marullo

Monica, riprendiamo i nostri dialoghi. C’era stata l’illusione che almeno per una volta su temi riguardanti la violenza di genere Giorgia Meloni e Elly Schlein, ovvero maggioranza e opposizione di questo Paese, avessero trovato una convergenza, con la votazione unanime alla Camera nel novembre scorso, sul cosiddetto disegno di legge anti-stupri. Arrivato al Senato, in commissione Giustizia, è stato riformulato dalla senatrice Bongiorno. Si è passati dalla necessità di un “sì” esplicito a quello di un “no” esplicito, dalla formula “senza consenso” a “contro la volontà”. C’è qualcosa di diabolico in queste sottigliezze linguistiche?

Più che diabolico direi che la reazione di scudo è fin troppo umana: è bastato vedere l’arrembaggio social contro la parola ‘consenso’, con uomini di ogni età che si lanciavano in invettive degne del branco incell contro la presunta fine della possibilità di avere dei rapporti sessuali: ora dovrò chiedere sempre il permesso, dicevano tra il sarcastico e l’inorridito, come se si trattasse di una cosa al di fuori della normalità quella di considerare il parere dell’altra, come se il ‘diritto’ maschile all’accesso incondizionato al corpo di una donna fosse messo in discussione. Terribile davvero, ma non inaspettato: se si fa un giro nel forum del sito Gnocca travel i discorsi degli ottimi padri di famiglia che si scambiano le recensioni dei bordelli, legali e non, sono lo specchio della cultura misogina che stentiamo a vedere e che è ancora la base dell’apprendimento della sessualità da parte dei ragazzi e delle ragazze.

Dimmi cosa pensi della ministra per la famiglia, natalità e pari opportunità Eugenia Roccella che sostiene che l’educazione sentimentale a scuola non serve per fare diminuire i femminicidi.

«Un ginecologo cattolico, Adriano Bompiani, disse una volta che le donne sono disposte a tutto per avere un figlio, e disposte a tutto per non averlo. È così. L’ho capito anche pensando a mia madre. Se una donna rifiuta il minuscolo esserino che è entrato dentro di lei senza chiedere il permesso, se lo vive come un alieno ostile che le cresce in seno e prende possesso del suo corpo contro la sua volontà, è disposta a rischiare la vita, a uccidersi e ucciderlo, pur di cacciarlo via da sé. La maternità ha un suo lato oscuro, non è tutta luce. Mettere al mondo una vita, sentire un altro corpo che cresce nel tuo, richiede di fare ordine nel groviglio di pulsioni e sentimenti appassionati, violenti e contraddittori che si scatenano. Le femministe sostenevano che l’aborto “esula dal territorio del diritto”, ma è vero anche per la maternità, che la cultura patriarcale non ha mai saputo e voluto pensare, a cui ha eretto un mito fasullo per evitare di riconoscerle importanza e centralità. La cittadinanza, nelle democrazie occidentali, è costruita sul concetto di individuo, che etimologicamente significa che non si divide, ed esclude, quindi, le donne. Il corpo materno infatti si divide, per nove mesi è due in uno, creature distinte in un unico corpo. Il risultato è che una donna non è cittadina, non è soggetto di diritti se non appiattendo la differenza e lasciandosi assimilare al maschio-individuo, svalorizzando il potere di generare e confinandolo nel privato».

È un passaggio del libro Una famiglia radicale di Eugenia Roccella: un testo denso, ben scritto e coinvolgente, che ho acquistato appena uscito in versione digitale incuriosita dal ritratto uscito a firma di Raffaele Oriani su Repubblica, testata non certo tenera nei confronti di questo governo.

Roccella fu subito criticata da una parte della sinistra e del femminismo per avere detto che “l’aborto è il lato oscuro della maternità”, e per aver altresì detto che abortire è purtroppo un diritto delle donne.

Sia il brano tratto dal libro sia le due affermazioni della ministra di un governo di destra estrema, eppure attivista radicale nonviolenta e femminista (non ha mai rinnegato il suo passato) sono non soltanto condivisibili, ma a pieno titolo parte della riflessione femminista. Roccella provò a spiegare quel “purtroppo” e l’affermazione sull’oscurità della maternità anche sulla tv pubblica a Lucia Annunziata che, in un crescendo disordinato di interruzioni e confusione di ruolo eruppe in una parolaccia e, ormai nel pallone resasi conto della brutta figura, non colse l’assist che la ministra mitemente le offrì. «Vedo che si coinvolge» disse sorridendo Roccella alla collega la quale, invece di ammettere la sua passionalità e quindi in parte poter giustificare la caduta di stile umana e professionale negò recisamente l’evidenza. Peccato allora e peccato anche per quello che è successo a Torino al Salone del libro, perché si perse un’occasione di confronto e conflitto con, a mio parere, l’unica componente interessante e potenzialmente alleata del movimento delle donne di questo governo, mettendo in scena una brutta pagina di censura e arroganza che nulla hanno a che spartire con il dissenso.

Non so perché Roccella, donna con bagaglio culturale, politico e stile umano assai lontano da quello di molti esponenti del governo ne faccia parte: nella storia recente alcune donne di valore e femministe, quali l’avvocata Tina Lagostena Bassi e la giornalista di Noi donne, (testata storica dell’Udi), Roberta Tatafiore a un certo punto abbandonarono la sinistra per scegliere partiti e giornali di destra. Se vi prenderete due minuti per vedere il video girato al Salone ascolterete la ministra che, più volte, invita al dialogo, offre il microfono ad una giovane che legge indisturbata un documento, dice chiaramente che non vuole che nessuno venga portato via dalle forze dell’ordine, invita a stare dalla parte delle donne contro l’utero in affitto ricordando che, in contemporanea alla contestazione che sta subendo, ci sono gruppi femministi a Milano che manifestano contro la fiera Wish for a baby. Il tutto senza urlare, senza scomporsi, appellandosi alle pratiche della giovinezza che racconta nel libro, dove descrive figure di donne coraggiose del movimento radicale come la madre Wanda Raheli e Adele Faccio, alle quali il femminismo e la sinistra italiana devono molto, così come a Emma Bonino e Adelaide Aglietta. Le persone che hanno impedito alla ministra di presentare il suo libro hanno sbagliato, dal mio punto di vista, e provo a spiegare perché. Quello annunciato non era un comizio, ma appunto la presentazione di un libro, un testo autobiografico, che può interessare o meno ma che racconta uno dei momenti di snodo storico della nascita dei diritti delle donne, la lotta per il divorzio e per la legge 194. Chi per età non ha vissuto quel periodo avrebbe, nella lettura del libro, da imparare una storia che purtroppo non viene raccontata spesso. Impedire ad una autrice, ministra di un governo del quale non condivido quasi nulla, ma che in questa circostanza interveniva per parlare di sé e della sua storia, è quanto di più lontano dalla pratica della relazione femminista della quale Roccella molto parla nel libro.

Abbiamo dimenticato che prima del femminismo e dell’ondata sessantottina, una ragazza senza marito, incinta, era solo una puttana, la vergogna della famiglia. La gravidanza era accolta con lacrime di disperazione, amari pentimenti, minacce di buttare la figlia fuori di casa, scenate violente o patetiche. La madre era spesso costretta ad abbandonare il frutto della colpa, e a lasciarlo crescere in orfanatrofio. I maschi invece potevano scomparire in perfetta tranquillità, ignorando le conseguenze dei propri comportamenti, e potevano rinnegare le responsabilità nel modo più sprezzante e offensivo «chi me lo dice che il figlio è mio, chissà con quanti altri sei stata»… Sono innumerevoli le prese di posizione in cui l’aborto è messo a fuoco come ferita fisica e simbolica, non certo come diritto. In un documento del ’75 un importante collettivo milanese sostiene, per esempio, che l’aborto non rappresenta «una conquista di civiltà, perché è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza»; e una leader indimenticata come Carla Lonzi sintetizza la questione con rara e semplice efficacia: «L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire: sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire». La censura, in particolare, su un libro, ha echi pericolosi legati a doppio filo alla cultura totalitaria: se non sei d’accordo prima leggi il testo, ti prepari, poi intervieni anche duramente, ma a ragion veduta. A Torino questo non è successo, e nel caotico mettere insieme critiche ai dirigenti della regione Piemonte, questione climatica e proclami in difesa della legge 194 (che la ministra sostiene e che difende) la contestazione ha mostrato la sua inefficacia. Dissentire è una parola importante nella pratica di opposizione: nella sua radice c’è l’ascolto, il sentire appunto. Come si può dissentire, onorando il senso dell’agire conflittuale costruttivo, se nemmeno si conosce e si ascolta l’avversaria? Ho avuto modo di incontrare la ministra di recente, e non ho cambiato opinione su di lei: vorrei che, finita questa esperienza buia in questo governo, si potesse lavorare insieme come femministe perché continuo a pensare che ci siano molti punti di contatto con questa donna. Vedremo.

La presidente del Consiglio che ci tiene a essere declinata al maschile. Che segnale è?

Ne scrissi quando la premier si insediò, perché la sua immagine, che campeggiava nelle foto con uomini spesso impresentabili obbligati a stare in posizione di secondo piano, oppure mentre percorreva spazi con o senza tacchi mai solcati da gambe di donna con questo ruolo, faceva provare emozioni discordanti. All’epoca il mantra di quasi tutta la stampa era ‘una donna sola al comando’, una frase che suona diversa e inedita rispetto alla stessa espressione maschile; di certo è inedita perché fin qui al comando ci sono stati soltanto uomini. Ma attenzione: mentre l’abitudine a considerare il potere un affare da maschi ci faceva dare per scontata la solitudine del capo, l’inedito di una donna al comando tocca corde difformi. Intanto perché nel femminismo la discussione sul potere, (varia, vasta e mai cessata) ha portato a capire che se il potere è solo per una, e non è per tutte, non cambia nulla rispetto al dominio maschile patriarcale nel quale abitiamo da secoli. Lidia Menapace spiegava che smettendo di considerare la parola potere come sostantivo assoluto, ma pensandola invece come verbo ausiliario l’attenzione, teorica e pratica, sarebbe andata verso l’azione davvero centrale, depotenziando, appunto, l’assolutezza del potere e liberando altri possibili gesti e situazioni. E nel mentre dentro e fuori le aule universitarie, i circoli, i gruppi e i movimenti discutevano se stare dentro o fuori le istituzioni, e a come interpretare i concetti di vita e di libertà Giorgia Meloni si faceva spazio verso la vetta come nessuna a sinistra ha saputo fare, convincendo milioni di donne e uomini a votare per lei e per il suo partito dichiaratamente di destra. So, per esperienza diretta condivisa con molte altre, quanto difficile sia stato e sia, a sinistra e nel femminismo, pensare a come, e a se, partecipare nello spazio pubblico istituzionale, magari con una formazione politica (perché per eleggere e farsi eleggere abbiamo ancora bisogno dei partiti): nel brevissimo spazio che in Europa si aprì, nel 2014, con la vittoria del partito femminista svedese IF che elesse una sua rappresentante al Parlamento di Strasburgo, alcune in Italia sognammo l’utopia di costruire anche da noi un’esperienza simile. Un’utopia, appunto, che non decollò mai per molte ragioni, tra le quali c’è la tendenza delle attiviste femministe, motivata dalla realtà millenaria, a considerare il potere (e non a caso anche il denaro) come sporchi e velenosi.

E come potrebbe essere diversamente, visto che siamo cresciute, e ancora cresciamo le bambine, diversamente dai bambini, nella convinzione che l’ambizione, il coraggio, la forza e l’autorità siano caratteristiche buone e luminose della virilità, mentre i tranquilli confini di modestia, accomodamento, comprensione e accoglienza sono le qualità che definiscono la femminilità e, di nuovo non a caso, anche la sessualità femminile.

Potere e denaro, quindi, sono naturalmente connessi con gli uomini, ma se è una donna a maneggiarli scattano mille campanelli d’allarme sulla sua legittimità, capacità, onestà, rispettabilità.

Siamo in molte ad esserci emozionate nel vedere questa quarantenne (che ha chiuso la bocca al satrapo delirante ricordandogli di non essere ricattabile), camminare nel cortile e nelle sale del Quirinale per ricevere l’incarico dalle mani del Presidente della Repubblica. E sì, ora potremo dire un nome e cognome di donna alle bambine italiane per dare corpo al concetto di una premier. Purtroppo però questa prima premier ha già decapitata la portata simbolica della sua vittoria decidendo di invisibilizzarsi proprio nella nominazione del suo ruolo politico. Ha dichiarato con decisione di essere donna, madre e cristiana ma, appena avuto il potere, ha scelto di negare quella stessa femminilità che evidenziava nella messa in risalto della sua fede e del suo ruolo genitoriale: come altre donne prima di lei, (anche a sinistra), la carica acquisita, specialmente se legata al potere della rappresentanza, passa alla declinazione maschile, rafforzando e rendendo degna, purtroppo, la distopica vulgata della ‘donna con le palle’ che solo così riconosce come possibile l’eccellenza femminile. Sarò il presidente del consiglio, ha fatto sapere a mezzo stampa. E così sì è rimessa, insieme a tutte noi, al posto che il patriarcato le ha assegnato.

Al di là della distanza siderale della collocazione di Giorgia Meloni nel panorama politico rispetto al pensiero femminista (a cui lei stessa deve comunque la possibilità di aver raggiunto il suo obiettivo) questa scelta denuncia una debolezza che ricade, inevitabilmente, data la rilevanza del suo ruolo, su tutte le donne, e ci fa tornare indietro, al punto di partenza, in questo faticosissimo percorso ad ostacoli verso i luoghi decisionali apicali della politica e della rappresentanza.

Fa notare la storica Rosangela Pesenti dal suo sito: “la sua collocazione simbolica svaluta la sua stessa vittoria e si immette quasi in sordina nella storia della sconfitta delle donne fasciste che in Italia si consumò all’interno dello stesso partito dopo la marcia su Roma, con la cancellazione delle personalità più carismatiche, relegando le altre al ruolo che troverà poi nel nome “ausiliarie” il suggello della posizione. Come se Elisabetta prima e seconda, o Vittoria, avessero rifiutato il titolo di regina e Caterina o Maria Teresa quello di imperatrice”. Per chiamarsi, facendo tra l’altro a pugni con la grammatica, re Elisabetta o imperatore Maria Teresa.

Che Paese è un Paese dove a dispetto di tanti dibattiti nel 2025 sono morte 97 donne per mano di uomini?

È un paese nel quale oltre 30mila uomini fidanzati, sposati e spesso padri partecipano online a gruppi dove ci si scambiano immagini non consensuali delle mogli e fidanzate, il che vuol dire partecipare attivamente alla cultura limitrofa dello stupro e della pornografizzazione delle relazioni. Questo è il clima nel quale viviamo, e sebbene non ci siano collegamenti automatici con la violenza finale del femminicidio è ovvio che la banalizzazione della violenza contribuisca a farsi strada diventando legittima: dal linguaggio sempre più povero e aggressivo fino alla giustificazione della violenza e persino dell’uccisione della donna assistiamo nello spazio pubblico e privato ad un ritorno preoccupante della scusante di molti comportamenti violenti. Se la violenza non è un tabù, se lo stupro è ancora l’unico reato contro la persona nel quale la vittima deve presentare le prove dell’abuso subìto il risultato è che una parte dell’opinione pubblica può continuare a dire a voce alta che le donne se la vanno a cercare, la violenza e persino la morte.


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