La sconoscenza

Di Michele Savino

E tu che a nome non chiamo
perché non so chi tu sei,
o tu, che forse amerei,
è meglio che non c’incontriamo!

Carlo Vallini

Sconosciuti e sconoscenti, come potrei non amarvi altrimenti? Presenze che scorrono cifrate, affidate a quello scarto temporale che, sfasando le lancette, ha deciso mi fossero interdette; già, poiché, in tutti quegl’incontri mancati, il dato empirico s’è visto impallidir detronizzato, cedendo il passo, giocoforza, al fatto immaginato, del quale l’altro è mero surrogato.
Si diserti il dizionario e s’intenda “sconoscenza” non più nell’accezione tradizionale d’ingratitudine o ignoranza, bensì in quella ardita, qui ora brevettata, d’una conoscenza impossibilitata, sottratta e dirottata, svaporata ancor prima d’essersi avverata.
Un incontro invero non mai nato, concepito intatto ed inattuale, così densamente potenziale, che tutta ‘sta potenza potrebbe renderlo finanche l’unico reale; similmente alla sorte dei poeti, che non sfuggono la vita, ma è quest’ultima che, beffarda, da essi si ritrae, lo sconosciuto è lì soltanto per la mente che l’astrae, miraggio rovesciato, impossibile frammento d’una realtà che si sottrae come miccia immacolata d’una pirotecnica esplosione immaginata. Fuochi d’artifizio potenziali che sfidano quella misera manciata di sensi dei mortali, manciata, questa, che prende abitualmente il nome d’esperienza: se sfiori il fuoco, poi n’hai conoscenza.
E invece io, sconoscendo l’esperienza, accenderò un fuoco variopinto ed inventato, fuoco bonario che niuno ha mai scottato, falò immaginato, attorno al quale mi figurerò in vivace compagnia di tutti quelli che la sorte m’ha negato.

*

Opera: Michele Savino, Grande animale con moltissimi denti, olio su tavola 2014


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