AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Monica, oggi parliamo di Marea, rivista di cui sei direttora che ha compiuto nel 2024 i 30 anni di vita. Puoi raccontare in breve questa longeva avventura nei suoi momenti salienti? Cosa pensi abbia dato al femminismo o, se vuoi, cosa pensi che il femminismo abbia dato a Marea?
Marea ha una bellissima storia. Le sue copertine segnano con potenza visiva i temi trattati e timbrano come si sono dipanate le tematiche del femminismo. La rivista nasce a Genova nel 1994, molto tempo dopo il grande sommovimento degli anni Settanta, in un periodo di riflusso, sotto certi aspetti di vero e proprio backlash del dibattito femminista. In parte il bisogno che ha mosso me e poi le donne coinvolte era quello di colmare un vuoto e tornare a dare luce ai contenuti dei decenni precedenti. C’erano ancora tante testate, anche cartacee, espressione di gruppi presenti nelle varie città e con una storia di movimento femminista, ma Genova non ne aveva mai avute, come non ha mai avuto molto dal punto di vista della creatività politica, e ha sviluppato fermenti in ritardo rispetto ad altre città, come Torino, Milano, Roma, Bologna. Da una parte, quindi, il bisogno era di riconoscere questa fase storica e la fine, ormai da almeno una decina di anni, delle riviste degli anni Settanta, che tanto hanno contribuito ad una disseminazione del femminismo, come Effe, DWF, Lapis, Grattacielo, e che sono state, e restano, la base del dibattito teorico del femminismo italiano. Ci ponevamo la domanda: Marea cosa vuol dire in questo frangente? Intanto cerca di sanare una mancanza locale e prova a coprire un campo che in realtà non era stato preso in considerazione, ovvero quella della distanza lunga di riflessione rispetto al dibattito dei decenni precedenti. Abbiamo avuto molti mensili, anche settimanali; pensiamo a Noidonne, che parte dopo la guerra, nel 1944, in clandestinità, per poi fondarsi come la rivista che mette insieme per la prima volta nella storia del femminismo e della stampa italiana, la sinistra, il femminismo, il movimento delle donne istituzionale e quello non istituzionale. Marea ha provato a differenziarsi proponendo uno spazio di riflessione, analisi e dibattito partendo da concetti e parole che risuonassero per una grande parte delle donne in chiave femminista.
Il ragionamento alla base della periodicità di Marea è stato: non possiamo reggere la tempistica né di un settimanale, tipo Quotidiano donna, fondato nel 1978, né di un mensile. Proviamo dunque con un trimestrale, identificando ogni anno le quattro parole chiave che “segnano” il momento storico presente. Ovviamente occorreva deciderle molto prima, immaginando quello che poteva essere, a partire dalle suggestioni del presente, un futuro ipotizzabile di concetti e di bisogni che derivano da queste parole, per condividere le analisi su di esse. Il sottotitolo di Marea è infatti Ormeggi, rotte, approdi: per raccontare la storia, i desideri e la realtà delle donne. Quindi nasciamo in un periodo in cui le riviste storiche non c’erano più, in cui iniziava già una sofferenza della stampa femminista come Noi donne e Quotidiano donna, o anche l’esperimento mainstream fallimentare di Effe. Noi di Marea cercavamo quindi di colmare questo gap: da una parte i mensili che stavano di più sulla cronaca, dall’altra mancavano riviste di approfondimento. C’era già lo spazio sulla letteratura, con le riviste Tuttestorie del 1990 e Leggendaria del 1997, dove ho lavorato agli inizi. Ecco, noi ci siamo poste il compito di colmare il bisogno di riflessione teorica e politica femminista non cadendo però nel linguaggio accademico e specialistico. Il nucleo promotore è stato infatti un gruppo di donne delle quali solo due erano giornaliste professioniste; le altre venivano dalla cosiddetta società civile – insegnanti, sindacaliste, attiviste, studenti –, un gruppo eterogeneo. Nel 1994 facevamo la rivista ancora con i computer “a vapore” e si scriveva con la macchina elettrica, o quella tradizionale a tasti, la famosa Lettera 32. C’era ancora una tecnologia estremamente rudimentale e questo aspetto, per paradosso, si avvertiva anche nelle forme di impaginazione, nell’immaginare cosa doveva essere affiancato ai pezzi, che tipo di disegni o di segno grafico. Non c’erano foto: la copertina era un reticolato grafico, una sorta di tessuto in stile vagamente africano. Fino al 1999 Marea è stata una rivista di formato grande perché non ci piaceva assomigliasse ad un libro, era importante che ricalcasse l’editoria delle riviste storiche, come Effe, Grattacielo, Lapis. In copertina sceglievamo ogni volta una frase dedicata al tema, tratta da una dichiarazione o un pensiero di una filosofa, scrittrice, attivista. È stato subito chiaro che le parole chiave di ogni numero avrebbero interrogato l’ambito della sessualità ma anche quello delle relazioni, politiche e private, e delle emozioni rivisitate attraverso il femminismo. Questo è stato un aspetto a mio parere prezioso. Perché se i temi ricorrono nel tempo, il punto di novità e innovatività sta nell’angolazione attraverso cui guardi una parola, un concetto, come lo illumini, e l’idea di fare quattro numeri all’anno cercando di ipotizzare i temi e gli argomenti che avrebbero interessato quell’anno, il mondo delle donne e il femminismo a noi era parsa la cosa giusta, che colmava un’assenza nel panorama editoriale.
Anche se esiste una versione online di Marea, tu hai voluto che continuasse il formato cartaceo. Perché?
Perché la carta è ancora, e per me sarà sempre, la base della lettura. Ovviamente per questioni di risparmio, di praticità e di contemporaneità è indispensabile avere anche il formato tecnologico, ma pensiamo tutte, anche le più giovani della redazione e le collaboratrici under 40, che mantenere l’abitudine alla carta aiuti a non ridurre alla sola virtualità la relazione con il sapere, l’informazione e la ricerca.
Puoi parlarci dell’attuale redazione?
Oggi siamo un piccolo gruppo di 5 donne, tra i 30 e i 68 anni; solo io sono rimasta del nucleo iniziale. L’avvento di internet ha fatto la differenza: la tecnologia ha dato un’impronta nuova e radicalmente diversa al mondo della comunicazione, della scrittura, dell’editoria e ha ampliato le possibilità di collaborazione, coinvolgendo persone lontane fisicamente, anche se tutte, almeno una o due volte, ci siamo incontrate di persona. La rete ci ha dato un impulso enorme, con la costruzione del sito della rivista e poi anche quello del podcast Radio delle donne; è stata esponenziale la possibilità di essere conosciute e di ricevere proposte di collaborazione. Ogni settimana, dagli anni Duemila, ci sono giovani che ci scrivono via mail proponendo articoli, e abbiano anche avuto delle stagiste e tesiste che hanno realizzato lavori di fine carriera universitaria sulla rivista, la sua peculiarità e i temi che tratta. Ormai le riunioni di redazione si fanno on line con brainstorming collettivi sulle parole chiave per i numeri in preparazione: molte volte sono state decise ad Altradimora, durante i seminari annuali, perché molte collaboratrici che gravitano intorno a Marea partecipano anche agli incontri e ai seminari di Altradimora. In precedenza, nella versione che per trent’anni ci ha viste uscire con 4 numeri annuali, c’era una sorta di tormentone legato all’acqua, al mare, all’elemento liquido per costruire le varie rubriche. Il tema centrale si chiama Orca. La presenza maschile è stata prevista, sin dalle prime uscite di Marea nel 1995, nella rubrica Delfino, il luogo dove gli uomini ragionano di sessualità e di politica. La sezione Medusa presenta un focus dedicato al corpo. Conchiglie ospitava le recensioni dei libri. Faro era la zona dedicata all’attualità e alle notizie del momento. Ci sono stati dei punti molto alti nella storia della rivista, perché Marea ha promosso decine di incontri, convegni e appuntamenti di grande prestigio, il tutto senza risorse economiche adeguate. Siamo state la prima rivista d’Italia, sicuramente l’unica testata femminista, a promuovere la critica al multiculturalismo invitando esperte e attiviste di fama internazionale nel periodo di pieno “scontro di civiltà”: nel 2006 a Genova organizzammo le due giornate de La libertà delle donne è civiltà, il cui senso fu quello di dire forte e chiaro che eravamo contro la logica dello sconto di civiltà, intesa come contrapposizione di Occidente e Oriente, ma anche assolutamente lontane dalla deriva relativista che metteva in dubbio l’universalità dei diritti, nel nome del rispetto acritico delle culture e delle fedi religiose diverse, legittimando in tal modo antiche e nuove forme di marginalizzazione dei diritti delle donne. Nelle due giornate nel 2006 abbiamo discusso di libertà delle donne come fondamento dei diritti universali, di civiltà, di laicità dello stato come base della democrazia. Sono stati tre giorni straordinari per livello del dibattito e per partecipazione, il tutto registrato e disponibile su Arcoiris.tv. Questo appuntamento è stato il seguito naturale di un altro momento fondativo per Marea, ovvero la sua presenza durante il G8 a Genova nel 2001. All’epoca ero una delle venti persone portavoce del Genoa Social Forum: capimmo come attiviste che mettere in programma un appuntamento femminista sulla globalizzazione a luglio 2001 dentro il gigantesco serbatoio dei dibattiti avrebbe annacquato e reso meno forte il messaggio. Decidemmo così di anticiparlo a giugno, e abbiamo condotto una riflessione profetica (a settembre ci sarebbero stati gli attentati alle torri gemelle) sull’intreccio tra genere e globalizzazione. Furono tre giorni di dibattito con 1500 donne da tutto il mondo ma soprattutto da tutti gli ambienti, dalle ragazze dei centri sociali alle suore comboniane. Ne ho scritto nel libro Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo. PuntoG. Il femminismo al G8 di Genova (Vanda Edizioni), che uscì il 1o luglio 2021 in occasione del ventennale del G8. Ricordo che a casa mia, allora, c’erano quelle che la mattina andavano a messa e le altre che “peggio mi sento” a parlare di religione; eppure tutte riuscivamo ad avere punti in comune. In quei tre giorni, abbiamo anticipato un tema che oggi è di una attualità persino dolorosa dopo la pandemia: uno dei seminari era infatti “globalizzazione e sentimenti”.
Tra le firme eccellenti di Marea volevo ricordarne alcune: Lidia Menapace, Inna Schevchenko, Laura Cima, Marina Sozzi, Mariam Namazie, Giuliana Sgrena. Puoi tracciare un profilo essenziale di ciascuna?
Lidia Menapace, della quale ho fatto la voce per Rai3 su Wikiradio e per Enciclopedia delle donne e curato una raccolta di scritti, è stata la mia maestra politica: alla sua morte, nel dicembre del 2020, ho resistito fino al suo compleanno, ad aprile 2021, prima di lasciarla andare, lavorando furiosamente per realizzare la voce, tre webinar e il libro. Su di lei avevo realizzato il docufilm Ci dichiariamo nipoti politici e questo mi aveva pacificato rispetto alla paura di non avere un prodotto unitario che la raccontasse. Mi manca molto, ma mi sforzo ogni giorno di ricordare quanto per carattere lei fosse lontana dalla nostalgia e dalla rassegnazione, e provo a portare il suo pensiero e insegnamento ogni volta che posso.
I rapporti internazionali di Marea ci legano in particolare alle attiviste della Secular conference, lo straordinario gruppo che lavora in un’ottica anti multiculturalista anche con l’associazione Secularismi is a women issue (Siawi): parlo di Maryam Namazie, Marieme Helie Lucas, Gita Sahgal, Inna Shevchenko e molte altre. In particolare, Inna Shevchenko è stata per me una folgorazione alla Secular conference del 2014, quando la incontrai di persona e decisi di portare in Italia con grande fatica, in una corsa ad ostacolo, il suo libro Anatomia dell’oppressione, scrivendone la prefazione. Questo testo è a mio parere di straordinaria importanza perché è una pietra miliare che testimonia la forza della genealogia e il passaggio di testimone tra femministe di diverse generazioni: Anatomia dell’oppressione, come il titolo stesso suggerisce, critica infatti le tre religioni, islam, cattolicesimo e ebraismo, guardando alla violenza che tutti i fondamentalismi mettono in atto concretamente sul corpo delle donne: velo, niqab, burka, mito della verginità, colpevolizzazione e divieto sulla sessualità, parto, contraccezione, interruzione di gravidanza, matrimoni forzati. In Italia, il libro ha avuto pochissima eco, lo stesso fenomeno di invisibilizzazione che ha subito anche il best seller internazionale Quando abbiamo smesso di pensare di Irshad Manji, primo libro in assoluto nel quale una fedele dell’islam (laica e lesbica) chiede al mondo musulmano di prendere posizione contro l’islamismo per costruire una società laica e di assumersi delle responsabilità sul consenso occulto al fascismo islamico. E altrettanto è accaduto, nonostante sia andata anche con ottimo successo al salone internazionale di Torino, con Anatomia dell’oppressione, tradotto nelle lingue più diverse. In Italia, ingenuamente, io pensavo che case editrici legate a movimenti laici, come ad esempio Uaar (Atei e agnostici razionalisti), che pure hanno tradotto Il vento nei capelli della giornalista iraniana Masih Alinejad, potessero avere interesse in Anatomia dell’oppressione. Invece c’è stato un muro assoluto. Quello che mi è parso davvero straordinario è come questo saggio testimoni davvero che, quando il femminismo semina, lo fa in maniera ampia e apertissima. Anatomia dell’oppressione è un concetto analogo a quello che è alla base del movimento contro la globalizzazione neoliberista di Vandana Shiva perché il suo celebre Monoculture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, che ha iniziato la protesta contro la Monsanto e contro le coltivazioni intensive, comincia proprio dalla disamina di come le multinazionali della soia transgenica stiano distruggendo la coltivazione tradizionale della senape e approfondisce il legame tra coltura e cultura del dominio. La stessa cosa fa anche Anatomia dell’oppressione, partendo da un’oppressione che non è solo simbolica ma è dentro al corpo, mentre Vandana comincia da un seme per descrivere lo scempio della distruzione della biodiversità. Il libro passa allo scanner le donne dalla testa ai piedi e prende in considerazione tutto quello che le religioni – tutte e senza sconti a nessuna – impongono alle donne di violento e umiliante (il sangue mestruale visto come impuro e l’ossessione per la purezza, per citarne una). Ecco una bella prova che il femminismo è vivissimo. C’è e prende strade a volte inattese.
Su Marina Sozzi vorrei dire che è una donna e un’intellettuale coraggiosa: oltre 10 anni fa per prima in Italia ruppe con il sito Si può dire morte il tabù dell’argomento della morte e portò dentro lo spazio pubblico questo argomento in maniera colta e aperta allo scambio su diversi versanti. I suoi libri e insieme il suo lavoro instancabile per la diffusione del diritto alla cure palliative (che hanno fatto diventare Torino prima città compassionate city) raccontano una figura fondamentale per la crescita di consapevolezza sul tema del fine vita. Sono anche grata a Giuliana Sgrena, che ho incontrato di persona solo nella seconda parte della vita, pur avendola letta da sempre, per la coerenza rispetto alla sinistra sul tema della laicità, che come ho accennato sopra è un tema difficile. Lei ha sempre tenuto il punto, per esempio sul velo, condannando il relativismo, e sebbene si sia davvero in pochissime a esercitare il pensiero critico su questo argomento il nostro reciproco sostegno è per me prezioso.
Su Laura Cima posso dire che è la più importante ecofemminista in Italia, e che molta parte della sua ricerca è stata centrata sul tema del potere, avendo per anni servito il paese come parlamentare verde. il suo testo L’ecofemminismo in Italia è una summa imprescindibile per capire come e perché si è persa la enorme eredità politica verde in questo paese; molto del suo lavoro è stato regalato anche qui ad Altradimora, che Cima ha frequentato e arricchito con la sua partecipazione a numerosi seminari.
Dal 2025 Marea è passato da trimestrale a semestrale con due temi speculari tesi/antitesi. L’anno scorso le monografie sono state Nascere/Morire, Reale/Virtuale. Cosa ci riserveranno i numeri del 2026?
Dal 2025, dopo appunto aver festeggiato i 30 anni di attività, Marea è diventata semestrale: usciranno due numeri annuali doppi, con due parole opposte sulle quali indagare. Il primo numero del 2025 ha sviluppato le parole nascere/morire e il secondo la diade reale/virtuale. In uscita a breve il primo numero del 2026 su erotismo/pornografia. Il dato interessante è che la rivista è doppia e si presenta nella modalità fronte/retro: per accedere alla parola opposta bisogna fisicamente girare la rivista. Un modo giocoso e sorprendete che spero piacerà alle lettrici e ai lettori.
Quando provi a immaginare i temi che potrebbero essere interessanti per il prossimo anno, così da chiedere alle collaboratrici di scrivere, fai uno sforzo col quale non stai solo pensando a una parola o a una frase che sintetizza l’argomento; stai ipotizzando come la realtà potrebbe configurarsi. In questo, secondo me, siamo state spesso capaci di intercettare gli interessi, a volte centrando i punti di criticità, a volte proprio anticipandoli. Adesso, per esempio, infuria un sanguinosissimo dibattito sulla prostituzione.
Facemmo un numero speciale sul tema, (anche tu collaborasti a quel numero) anche in conseguenza del seminario ad Altradimora nel quale invitammo l’attivista Rachel Moran, autrice di Stupro a pagamento.
Questo libro è uno spartiacque e separa, senza sfumature, anche le femministe. Del resto, i temi legati all’intreccio tra sessualità, denaro e dominio creano conflitto. Le sfaccettature possono esserci, ma sono temi che chiamano a posizionarsi, ad assumere visioni chiare. Quello che ci è stato criticato, per paradosso – non a caso dalla Libreria delle donne – è l’impostazione che Marea ha adottato nel dare spazio, e parola, a visioni che non condividi in pieno, a dichiarare la propria ma a provare a dialogare. Questa scelta – lo dico anche da giornalista – mi sembra sia un bonus che Marea testimonia, un tratto di disponibilità che dice: non è detto che siamo d’accordo, ma aprire uno spazio e tentare anche, a volte, una mediazione di ascolto, è importante, soprattutto rispetto ai giovani e agli uomini. Sintetizzando, direi che in Marea c’è un doppio binario che ci caratterizza quanto a offerta di dialogo anche conflittuale: le donne giovani e i maschi. Se vuoi riaprire il tavolo e imbandirlo, pur continuando a discutere, penso si debba procedere così.
*
Immagine: opera di Christopher Richard Wynne Nevinson, 1914

