La biblioteca ideale (femminista)

AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco

Di Stefano Marullo

Monica, oggi vorrei parlare di libri con te. In un’ideale biblioteca femminista, se dovessi scegliere tre o quattro titoli, ci metterei “La mistica della femminilità” di Betty Friedan, “Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir, “L’eunuco femmina” di Germaine Greer e “Io sono emozione” di Eve Ensler. Posso chiederti di farne una breve presentazione?

Si tratta di testi di grande spessore e autorevolezza, le scintille essenziali per dare inizio alla riflessione teorica e quindi anche alla pratica femminista. Le diverse epoche storiche dei testi che indichi, le provenienze culturali e geografiche delle autrici sono importanti e manifestano la ricchezza poliedrica del pensiero femminista del secolo scorso e di quello che stiamo vivendo.

Friedan viene dall’Illinois, e con La mistica della femminilità, scritto nel 1963, diventa la voce non solo del malessere delle donne americane degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, ma di ogni donna. La frase che descrive il libro e il suo senso fu: “Non possiamo più ignorare quella voce interiore che parla nelle donne e dice: voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa”. Il saggio influenzò profondamente il femminismo internazionale degli anni successivi e gettò le basi per la nascita del femminismo di seconda ondata del 1968. Oltre che saggista Betty Friedan fu attivista e fondò il NOW, National Organization for Women, organizzazione che raccolse un ampio numero di collettivi e gruppi femministi degli Usa ancora oggi attivo e presente nella vita del paese.

Il secondo sesso è stato, a livello europeo e mondiale, il testo d’esordio del femminismo come teoria politica e filosofica, il libro che ha posto al differenza sessuale come centrale nello sguardo sul mondo, poi non a caso ripresa da Luce Irigaray nel suo Questo sesso che non è un sesso. Pubblicato per la prima volta nel 1949, secondo me non è un caso che la sua autrice sia francese: dalla Francia sono sempre emerse, più o meno comode o condivisibili, posizioni e azioni nette che hanno fatto la storia del pensiero critico. Pensiamo alla postura sulla laicità o a quella, recentissima, che ha inserito nella Costituzione il diritto di interrompere la gravidanza. È un libro difficile, ma essenziale per capire a fondo l’eredità del femminismo come elaborazione teorica.

Ensler, di New York, con Io sono emozione rimette in scena l’esperienza già fatta in precedenza con I monologhi della vagina, di cui parlo dopo. Anche qui si lascia aperta e libera la voce alle protagoniste, ovvero le giovanissime che da bambine esperiscono il passaggio faticoso, misterioso e inevitabile del diventare donne nell’adolescenza. Si tratta di un libro che le madri possono, e dovrebbero, leggere accanto alle figlie per accompagnarle nel rito della crescita, del menarca e della scoperta della sessualità. Per le madri è un viatico nel distacco dalla fusionalità della maternità per ritrovarsi nella dimensione della donnità condivisa.

Parlare dell’Eunuco femmina non è facile, perché come per Il secondo sesso siamo davanti a due libri complessi, ostici e quindi potenzialmente respingenti. Eppure entrambi essenziali.

Greer è australiana, viene quindi da una terra, un’isola che è continente, attraversata culturalmente, socialmente e storicamente da conflitti aspri e non ancora risolti, tra i quali quello sanguinoso della decimazione razzista delle popolazioni native. Il testo di Greer, già dal titolo, racconta come la donna sia l’altro sesso senza possibilità di esprimersi come tale, una radicalità critica che non ammette mediazione. Il sesso delle donne, afferma Greer, è stato a lungo incatenato nello stereotipo maschile di passività, riducendo le donne a esseri senza carattere o identità propria, come un eunuco senza volto, o diritto di replica, sessualmente e mentalmente castrato. Penso che sia importante citare anche l’altro testo fondamentale di Greer, La seconda metà della vita, parimenti duro come il precedente ma con un punto di ironia che lo rendono, forse, meno ostico. Nel libro sulla vecchiaia delle donne Greer scrive:

“Essere una vecchia terribile ha degli aspetti positivi. Anche se la donna anziana è temuta e offesa non ha bisogno di preoccuparsi dell’intolleranza altrui, poiché le donne che superano i 50 anni formano già uno dei gruppi più popolosi nella struttura del mondo occidentale. A condizione che si piacciano non sono destinate ad essere una minoranza oppressa. Per riuscire a piacersi devono rifiutare la tendenza estrema a banalizzare la loro identità e funzione. Una donna adulta non dovrebbe mascherarsi da ragazzina per rimanere nella terra dei vivi. Il risultato della capitolazione a questa pressione si trova nella galleria di ritratti grotteschi i cui tentativi patetici di ricominciare sono alla base delle riviste scandalistiche. Sono sempre esistite donne che ignoravano la lusinga dell’eterna giovinezza e accettavano di invecchiare, che convivevano col climaterio con un certo grado di indipendenza e dignità e cambiavano la loro vita per dare alla loro nuova condizione di adulte spazio per funzionare e fiorire. In un mondo infantile questo comportamento è visto come una minaccia. Nessuna sa cosa fare di una donna che non è sempre sorridente e adulante”.

E tu? Dimmi 3 o 4 titoli assolutamente necessari in una biblioteca femminista.

Eccoli: della già citata Eve Ensler propongo I monologhi della vagina, perché questa parte del corpo delle donne è solo esposta nel porno ma raramente mostrata, come avviene al contrario con il pene, nella sua verità fisica e non sessualizzata. Pensare che anni fa il dipinto L’origine del mondo di Gustave Courbet fu censurato e rimosso da Facebook offre la misura del problema di occultamento e rimozione che viviamo rispetto al sesso femminile. Tutte le volte che nomino il libro durante le formazioni, o i convegni e incontri pubblici vedo l’imbarazzo, e da lì va iniziata una seria riflessione sulla contraddizione di vivere nell’epoca imperiale della pornografizzazione e allo stesso tempo del turbamento per il corpo vero. Aggiungo poi Storia naturale dei sensi di Diane Ackerman: non si tratta di un vero e proprio testo femminista, ma è un potente antidoto al rischio di cancellazione della fisicità e della sensorialità alla quale potenzialmente l’umanità è esposta nell’era digitale contemporanea. È un viaggio colto, scientifico e allo stesso tempo immaginifico dentro i nostri 5 sensi che non solo stupisce per l’immensa mole di informazioni ma che arricchisce, nutre e ricentra la fondamentale sapienza dei nostri sensi nell’esistenza.

Alla lista non può mancare Quando abbiamo smesso di pensare di Irshad Manji, della quale ho fatto la voce per l’Enciclopedia delle donne : è uno dei testi più potenti contro il fondamentalismo islamico, scritto da una musulmana lesbica che guarda al suo ambiente culturale e sociale chiedendo verità e onestà nell’assumersi le responsabilità dei disastri, guerre e dolore provocate dall’uso politico e criminale della religione, in particolare dell’islam. Infine, nell’occasione dei 50 anni dalla pubblicazione di Noi e il nostro corpo, penso che sia davvero il caso di riprendere in mano questo testo enciclopedico fondamentale. Ne scrissi qui e aggiungo che nel 2027 ad Altradimora ospiteremo le autrici del Boston Collective Women health in un seminario di tre giornate per rimettere al centro la salute riproduttiva e sociale delle donne. Sarà un momento prezioso per dare corpo alle pagine di questo testo, passato di mano in mano di donna, spesso di madre in figlia, testimone e sostanza della genealogia dell’autodeterminazione.

Parliamo della tua produzione. Trovo ci sia un filo rosso che lega il tuo libro del 2005 “Senza velo” e il recente “Donne che disarmano”, ovvero l’idea che il corpo delle donne sia il primo “campo di battaglia” di ogni conflitto sia esso religioso, militare o sociale. Puoi declinare meglio questo concetto?

Sì, il filo esiste ed è sempre stato teso: resto convinta che tutta la violenza nel mondo sia connessa, e origini, dalla violenza specifica sui corpi delle donne: non solo lo stupro (che ricordiamo è stato finalmente riconosciuto come un’arma se usato nelle guerre) ma la sistematica sottomissione, svalutazione, umiliazione delle donne è un dato culturale e sociale che segnala come i sintomi della violenza siano germogli pronti a fruttare l’odio e a cementare il dominio tra le persone. Forse meglio di me possono essere illuminanti le parole delle due giovani femen Inna Shevchenko e Pauline Hillier, delle quali nel 2017 portai in Italia il testo Anatomia dell’oppressione. Ecco cosa scrivono:

Se potessimo tornare indietro nel tempo, tornare indietro lontano, alla genesi inconscia di questo libro, alla prima irritazione, alla prima ingiustizia sperimentata da Inna e Pauline, avremmo detto loro, e a tutte le loro piccole simili: non credere a ciò che si dice su di te, credi solo a ciò che senti. Non sei colpevole, né meno importante, né sporca, né inferiore, né provocatoria, né bugiarda, né isterica, né bestia, né fragile, né leggera. Sei quello che vuoi. Puoi essere principessa lunedì e cavaliere martedì, sirena al mattino e pirata nel pomeriggio, ballerina a gennaio e pompiere a febbraio, puoi essere stata rosa ieri, blu oggi e domani tutti i colori dell’arcobaleno; la tua testa può imparare, analizzare e inventare, la tua bocca può ridere, piangere e cantare, le tue parole possono suscitare gli spiriti, richiamare folle e cambiare il mondo, i vostri occhi possono brillare di intelligenza, d’orgoglio e gioia, le mani possono costruire, prendere il potere, e difendere, il seno può essere materno, sessuale e ribelle, il cuore può seguire la propria strada, il tuo ventre non appartiene a nessuno, il tuo sesso può ricevere o rifiutare piacere, i piedi possono correre, saltare tutti gli ostacoli, scalare tutte le montagne, viaggiare per il mondo e portarti dove vuoi. Il tuo corpo vale quanto quello di un altro. Niente ti è proibito, nulla è impossibile per te. Non ascoltare quelli che ti diranno diversamente, saranno numerosi e insistenti. Se ci proverai vedrai che non sono grandi come sembrano. Non abbassare mai lo sguardo, non obbedire, prendi i libri che ti confiscano, vai nei luoghi che ti vietano, non lasciare mai che qualcuno decida o parli al posto tuo, prendili in giro se e quando è necessario, e denuncia tutte le loro bugie. Di’ a voce alta e forte che non sei quello che dicono e sappi chi sei. Perché la cosa più bella in cui credere è te stessa.

Nel 1976, dedicandolo alle sue due nonne, la poeta e saggista femminista Adrienne Rich dava alle stampe il libro che ha cambiato la vita di almeno tre generazioni: Nato di donna. Quello che scriveva nelle ultime pagine è prezioso per tutte le generazioni di donne, e questo è forse il segno che, nonostante la violenza del patriarcato e dei fondamentalisti religiosi, l’energia femminista che circola da decenni germoglia e riesce a diventare pianta, perché al centro del pensiero e dell’azione c’è sempre il corpo:

La riappropriazione del nostro corpo apporterà alla società umana mutamenti molto più essenziali dell’impossessarsi dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Il corpo femminile è stato al tempo stesso territorio e macchina, terra vergine da sfruttare e catena di montaggio produttrice di vita. Dobbiamo immaginare un mondo in cui ogni donna è il genio tutelare del suo corpo. In tale mondo le donne creeranno autenticamente nuova vita, dando alla luce non solo figli (se e come vogliono) ma le visioni e il pensiero necessari a sostenere confortare e modificare l’esistenza umana: un nuovo rapporto con l’universo. La sessualità, la politica, l’intelligenza, il potere, la maternità, il lavoro, la comunità, l’intimità creeranno nuovi significati, il pensiero stesso ne uscirà trasformato. Da qui dobbiamo cominciare”.

Chi ti conosce bene sa che nella tua concezione femminista la battaglia contro il patriarcato non possa fare a meno degli uomini. I libri “Uomini che (odiano) amano le donne”, “Crescere uomini”, “Mio figlio è femminista” o il testo teatrale “Manutenzioni” ne sono la plastica testimonianza. Non c’era una volta il femminismo della differenza?

Ti ringrazio per ricordare alcuni dei miei testi e anche il laboratorio teatrale per uomini contro la violenza maschile sulle donne Manutenzioni-Uomini a nudo, gemmato da Uomini che…

Resto convinta che il femminismo si fondi sulla differenza sessuale, e per questo sia una delle poche linee di pensiero feconde alle quale attingere ossigeno nel deserto inquietante e violento che viviamo dal punto di vista politico e ideale. Nel mio percorso di femminista, giornalista e formatrice mi sono spesso interrogata, in questi anni, sul silenzio maschile, anche e soprattutto degli uomini che abbiamo considerato, nel corso del tempo, compagni di strada, con i quali abbiamo condiviso e condividiamo pezzi importanti di tempo e di vita nella politica, nei movimenti, nel sindacato, nell’associazionismo, oltre agli eventuali compagni, mariti e amanti, e poi figli adulti. Un silenzio consistente, se consideriamo che su quasi tutto il resto dello scibile gli intellettuali e gli attivisti si esprimono: dall’ambiente al clima, dall’economia alla politica, per non parlare degli esperti di cucina che sono tra i massimi guru mediatici, è tutto un commento: ma è della sessualità, della relazione con il loro corpo, della responsabilità di avere ‘quel’ corpo e non un altro che gli uomini non parlano. Del corpo che può violentare. Non alludo, ovviamente, alle chiacchiere da bar, che invece abbondano come cemento dell’amicizia virile dalle quali trae ispirazione senza fine il cabaret, ma di un riflettere senza accenti goliardici o volgari.

Del partire da sé, insomma, che alle donne del femminismo ha fruttato un salto di qualità anche rispetto al godimento del proprio corpo e ad una maggiore consapevolezza dei limiti e delle possibilità nella relazione con l’altro da sé. Forse abbiamo omesso, noi femministe, di rimarcare i vantaggi del faticoso ma proficuo percorso che ha avuto come esito il trovare quelle parole per dirsi: forse dovremmo raccontare di più ai nostri figli, amanti, fratelli, mariti e compagni quanto bene faccia sapere del proprio corpo, di sé. Quanta autorevolezza produca questa consapevolezza, e quanto diversa sia dal potere (non il potere inteso come verbo ausiliario, ma come dominio, sopraffazione, violenza). Ho anche sempre pensato che fosse importante, per coerenza e onestà intellettuale, che prima ancora di puntare lo sguardo e il dito sugli uomini estranei fosse necessario guardare dentro casa e capire come, e se, il fragile crinale tra personale e politico incarnato in queste relazioni ci corrispon­desse, e se, e come, le presenze maschili nelle nostre vite fossero realmente diverse e migliori delle macerie (simboliche e concrete) che ci circondano. Se davvero gli uomini nelle nostre vite valorizzino e valutino importanti, assieme a noi, le scomode scelte che come femministe e donne impegnate contro il sessismo abbiamo fatto, nel quotidiano privato come nella sfera politica. Per questo ho continuato scrivere libri diretti anche agli uomini come parte della necessaria comunità educante, e a viaggiare per l’Italia dal 2013 con questa piccola proposta di laboratorio di teatro di parola con uomini comuni, non con attori professionisti: perché mettere in scena le parole di uomini sulla sessualità è ancora necessario per invitare a pensare a cosa sia essere uomini e alla relazione con il corpo dell’altra.


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