Di Donato Novellini
La fine del mondo affrescata e procrastinata, abbandonata da qualche parte tra periferia reggiana e Bretagna, distopica transumanza sonora fin de siècle; l’esordio di C.S.I. ci riporta assai indietro nel tempo senza che se abbia la dovuta consapevolezza, giacché riverbera fino all’oggi. Disco generazionale, imprescindibile quantomeno per lo scrivente all’epoca ventenne, come molti altri giovinastri senza fratelli maggiori da imitare, col capo rivolto agli ‘80 e alla musica buia che non s’era fatto in tempo a vivere appieno. Non c’erano più gli Smiths, anello di congiunzione stilistico fra due decadi, e con parallelismo azzardato in Italia non c’erano più i CCCP-Fedeli alla Linea; nonostante i dischi consumati dagli ascolti, questi supporti fonografici parevano in qualche modo riferimenti altrui, gingilli perduti inghiottiti in un’altra dimensione spazio-temporale. Nel passato, si converrà. Dietro la moda dei Nirvana e del grunge americano covava un certo smarrimento europeo: quale era veramente la “nostra” musica? Forse lo shoegaze forse il brit-pop forse l’acid house forse nessuna. Eppoi nostra di chi? Mica stavamo a Manchester, bensì con rarissimi sodali in bassa padana tra l’ammorbante qualunquismo del già vecchio Vasco Rossi, la retorica cattocomunista dei Nomadi, i tormentoni tamarri della cosiddetta Afro per prolet e l’epopea ombelicale degli 883. Fu così che nel ‘94 l’annuncio del ritorno sotto nuova sigla (con tutta la retorica geopolitica ed auto-mitologica del caso) di Ferretti & Zamboni più Maroccolo Canali Magnelli e compagnia bella, diede minimamente senso ad una torrida, anonima, inutile estate: il cd in lussuosa edizione digipack acquistato presso il fu Expo di galleria Mortara a Mantova il giorno dell’uscita, certo, ma soprattutto c’era in ballo il tanto atteso concerto del 28 luglio 1994 alla Festa dell’Unità di Suzzara. Ricordi indelebili, i quali impietosamente oggi ribollono d’insofferenza alla notizia della riformazione per una serie di date dal vivo, radicalizzando senili ubbie nello scrivente:“Repetition adds up to reputation” – Andy Warhol docet – epperò mettersi sul palco in assenza di nuovo materiale assomiglia più al solito pulcioso revivalismo, all’evocazione forzosa e viziata dell’abusatissimo pacchetto fedeltà altresì detto Evento, tutt’altro dall’urgenza artistica, da qualsivoglia rinata ispirazione. Robe da attempati quanto nostalgici turisti della musica o da giovani, se solo questi sapessero qualcosa dei C.S.I. e dubitarne pare più che lecito. Aneddotica a parte Ko de Mondo resta un disco di movimento, fluttuante e ventoso, possiede un particolare climax wave, ad esempio non riscontrabile negli album seguenti più chitarristici e statici (Linea gotica) o roboanti (Tabula rasa elettrificata), in grado di trasportare le contaminazioni e gli sketch rurali di Epica Etica Etnica Pathos in un contenitore tutto nuovo ma dagli umori ancestrali; stilisticamente omogeneo, liricamente assai ispirato e già patrocinante suggestioni reazionarie, financo apocalittiche, qualcosa d’inquieto e dardeggiante che fa tornare alla mente Guido Ceronetti ne Il silenzio del corpo, ma con inediti guizzi dadaisti (“Celluloide”) bellamente spiazzanti. Titolo funesto che va a pigliare il doppio senso collassante in un’anonima frazione di Reggio Emilia (Codemondo, da Caput Mundi) per poi trovare il proprio limes concettuale in Finistère, come documentato dalle foto nordiche, bluastre fotografie di magioni bretoni e spiagge sassose, allegate nel libretto interno. Fine della terra, fine dell’Occidente e della Storia come continuità, s’apre il baratro, più un concetto filosofico d’una semplice espressione geografica o musicale. Sta di fatto che in copertina, nell’evanescenza del bianco immacolato, ci sta lo sguardo spiritato di Giovanni Lindo Ferretti, con tanto di neo in fonte: egocentrismo punk? vanità di chi professa umiltà e semplicità di costumi? il peggiore difetto dell’aspirante eremita e nello specifico del cantante coi sandali da frate (imitando l’antesignano Battiato), oppure soltanto l’ovvia premessa pubblica per potersi isolare sempre più, pontificando dall’appennino contro il mondo moderno prima di tornare a farne parte, pregando va da sé senza contraddittorio, sperando che il megafono s’inceppi e tutti applaudano comunque. Beate contraddizioni.

Ko de Mondo – Consorzio Suonatori Indipendenti, Black Out/I dischi del Mulo, 1994.

