Di Duilio Scalici
Ho ancora addosso ricordi sfocati, del mio primo incontro con Pennywise. Un piccolo negozio di videocassette, quando Blockbuster non aveva ancora conquistato Palermo. Io ero solo un bambino delle elementari e, tra decine di VHS, un’immagine mi ipnotizzò immediatamente. Era lì, ben esposta sullo scaffale: It, prima e seconda parte, con Tim Curry truccato da clown. Quelle mani mostruose che sembravano squarciare la copertina stessa della videocassetta mi fissavano, come se stessero per uscire dal cartone. Chiesi a mia madre cosa fosse, se potevamo noleggiarlo. La risposta fu immediata e perentoria: vietato. “È spaventoso, non è per bambini. Faresti incubi.”
Aveva ragione. Non era affatto un film per bambini.
Lo recuperai anni dopo, da ragazzo, e ne rimasi profondamente affascinato. Lo stesso accadde con il primo It di Andy Muschietti, che mi colpì positivamente… purtroppo seguito da un secondo capitolo imbarazzante e confusionario. Eppure, nonostante tutto, quella storia ha continuato a tornare. Ciclicamente. Ogni volta che vedevo It di Stephen King sugli scaffali di una libreria, provavo la stessa attrazione magnetica di quel pomeriggio d’infanzia. Fino a quando, un mese fa, ho deciso di acquistarlo.
Ammetto di essere sempre stato combattuto su King: l’ho spesso considerato sopravvalutato. Ma mi sto ricredendo. Leggendo It ho compreso davvero il perché del suo successo e del suo status di maestro indiscusso dell’horror.
Nel frattempo arriva Welcome to Derry, nuovo adattamento ambientato nello stesso universo, con Bill Skarsgård che torna a indossare i panni di Pennywise e con spesso Andy Muschietti alla regia. Avevo paura. Non volevo iniziarla. Temevo seguisse la scia disastrosa del secondo capitolo cinematografico. E invece… mi sono dovuto ricredere.
La serie parte con un terrore puro, asciutto, privo di fronzoli. Costruisce tensione, atmosfera, e ti fa desiderare l’arrivo del villain più iconico dell’horror moderno, che si concede solo nelle ultime puntate. Quando finalmente appare, Bill Skarsgård regala un’interpretazione semplicemente memorabile: inquietante, fisica, disturbante. Pennywise diventa qualcosa di unico, definitivo, conquistandosi con facilità un posto d’onore nella personale “horror walk of fame”.
La narrazione scorre in modo lineare e solido, tutto funziona. Deliziosi i crossover con altri personaggi dell’universo di King, come Halloran (The Shining), e irresistibili le citazioni sparse qua e là, vere e proprie chicche per i lettori più attenti. Finalmente inizia anche a delinearsi la figura di Maturin, la tartaruga cosmica: mai mostrata direttamente, ma evocata, citata, resa presenza.
Se devo trovare dei difetti, li rintraccio in un uso talvolta eccessivo di elementi fantasy, in una CGI a tratti troppo plastificata (avrei preferito effetti più artigianali e sporchi) e in una versione italiana con un doppiaggio talvolta davvero discutibile come nel caso di Phil Malkin.
Per il resto, Welcome to Derry è riuscita a tenermi con il fiato sospeso, a spaventarmi, a farmi affezionare ai personaggi e ad affascinarmi con sequenze visivamente splendide. Ho letto che sono previste altre due stagioni: non vedo l’ora. Spero solo che continuino su questa strada, con la stessa cura, la stessa coscienza… e lo stesso, delizioso terrore.

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Foto di copertina di Duilio Scalici

