Di Stefano Scrima – Foto di Carmine Nicoletti
Verdena per me sono le strade padane di notte, la nebbia e il gelo, per raggiungere qualche locale sperduto e perdermi poi in un pogo selvaggio con cui sfogare le mie frustrazioni di post-adolescente alla ricerca di se stesso. Se non ricordo male, l’ultima volta che ho pogato in vita mia (ma non solo io, mi pare una prassi caduta in disuso – io credo a causa dei telefoni*) è stato nel 2007, alla Festa di Radio Onda d’Urto a Brescia (Sant’Eufemia, per chi conosce). Era agosto e suonavano i Verdena, che presentavano il loro miglior album, Requiem – secondo me anche più bello del precedente Il suicidio dei samurai (2004), notevolissimo, ma a cui mancava la parte “disturbante” che in Requiem viene fuori come un fiume in piena. I primi quattro album li conosco a memoria (oddio, forse tre su quattro, Solo un grande sasso mi è sempre parso più di passaggio), dei successivi invece conosco solo i singoli, forse perché avvertivo che avevano già raggiunto l’acme artistico e che non potevano fare meglio, o semplicemente mi sono messo ad ascoltare altro. In ogni caso sono un pezzo di me, innegabilmente, sebbene abbia sempre avuto qualche idiosincrasia nei confronti del loro atteggiamento dannatamente Nirvana (mio gruppo preferito di sempre) senza però volerlo mai ammettere, ma citando sempre come influenze tutti quelli che influenzarono anche la band di Aberdeen (quindi bastava fare due più due). Uno dei miei sogni è quello di ritrovarmi a bere con Alberto e parlare dei Nirvana, in una sorta di catarsi che possa finalmente riconciliarmi con l’universo.
Da qualche anno a questa parte vedere i Verdena dal vivo non è così semplice, anche e soprattutto perché i loro tour sono legati ai dischi e quando ne fai uno ogni 5-7 anni… Qualche mese fa, poi, Roberta Sammarelli, la storica bassista, ha lasciato la band dopo un’onorata carriera quasi trentennale. Non mi ha stupito più di tanto, quindi, che Alberto Ferrari abbia deciso di portare in giro i pezzi dei Verdena in solo, era prevedibile. Anzi, apprezzo molto il fatto che suoni le canzoni della band e non le sue da solista, cosa che invece avrebbe fatto (e ha fatto) qualunque altro frontman. Detto questo, non potevo mancare alla sua data romana, all’Ex Cartiera Latina, ieri 27 settembre, nell’ambito di Su:ggestiva. E infatti è un luogo suggestivo, senza dubbio. Le condizioni per un’esperienza memorabile ci sono tutte, e lo è stata, anche se forse non per le ragioni immaginate.

Partiamo dall’inizio. Alberto, intorno alle 21:30, si presenta sul palco già provato – ma è il suo atteggiamento normale, non è detto dunque che abbia inciso il fatto che avesse appena suonato (l’organizzazione ha deciso che data la grande richiesta avrebbe fatto due concerti di seguito, uno alle 18:30 e uno alle 21:30). Ci guarda e dice “Io sono Alberto Ferrari e vengo da Bergamo”, scaldando il pubblico in una risata – la sua semplicità un po’ scazzata è il marchio di fabbrica che ci fa sentire a casa, anche se l’altro lato della medaglia è l’imprevedibilità che può cambiare tutto da un momento all’altro. Alberto suona in piedi, con una chitarra acustica a tracolla e una loop station con cui campiona al momento la sezione ritmica col solo uso della voce e un secondo microfono. Si parte con Chaise longue (Volevo magia, 2022), ma già dal secondo pezzo, Razzi arpia inferno e fiamme (Wow, 2011), iniziano a manifestarsi i problemi tecnici che accompagneranno l’intero live, rendendolo quantomeno surreale. È la loop station a fare le bizze, lui non se ne capacita e nemmeno i tecnici riescono a risolvere, ma non fa niente e si va avanti come si può. Suona Canzone ostinata (Wow, 2011) e Sci desertico (Endkadenz Vol. 1, 2015), e quando accenna gli accordi di Trovami un modo semplice per uscirne (Requiem, 2007), il pubblico si esalta. Come biasimarlo, è davvero uno dei loro pezzi più belli e intensi.
Veglia in un sogno
Il paradiso è lei e non c’è più luce
Per guardarci ormai, cieca
Il buio sole disinfesta gli alberi
Cadono al suolo
Non riuscirò, se mi tiri giù
Non riuscirò, non respiri più
Non riuscirò, non riuscirò
Come puoi vivere a testa in giù?
Come puoi vivere a testa in giù?
Col suo fare perculatorio, Alberto ha sempre dichiarato che i suoi testi non hanno senso, che quando scrive bada più al suono delle parole che al significato. Ci sta, ma ciò non toglie che ognuno possa attribuire loro un senso personale. Questa canzone in particolare è entrata nell’anima dei fan dei Verdena, e io credo anche per il testo, di una poeticità che supera l’immediatezza per farsi manifesto di una vita, di una visione del mondo.

Ogni tanto, fra un pezzo e l’altro, fra, per dire, un Badea blues (Wow, 2011) e un Puzzle (Endkadenz Vol. 1, 2015), ci ficca qualche cover in inglese, dagli echi neilyounghiani ed elvisiani. Nel frattempo la maglia dal collo extralarge gli scopre sempre di più la spalla – “stupido sexy Alberto Ferrari” (semi-cit.). Con Muori delay (Requiem, 2007) sembra debba venir giù tutto l’edificio, ma i problemi tecnici (e una voce non proprio al meglio) costringono Alberto a farla a metà. Quello che succede appena dopo sciocca tutti: Alberto si sfila la chitarra e la lancia in aria sulla sua destra, non contento prende un asta a mo’ di ascia (Carmine, che forse vedeva meglio di me, mi dice che era una chitarra elettrica, e forse ha ragione) e ce la sbatte sopra con l’intenzione di sfasciarla. Ma il colpo, evidentemente, non è stato letale, considerato che subito dopo si rimette la chitarra al collo che miracolosamente risulta ancora accordata – che modello era? qualcuno me lo dica! Sembra tutto rientrato, e sinceramente non si capisce se quella reazione sia dovuta al nervosismo contingente o alla “trance agonistica” da rock’n’roll. Riprende a suonare, è il momento di Caños (Requiem, 2007), uno dei miei pezzi preferiti. E poi Nevischio (Endkadenz Vol. 1, 2015), Cielo super acceso (Volevo magia, 2022) e una versione pazzesca di Don Calisto (Requiem, 2007) che fa tremare le pareti e sussultare i cuori.
Non sei più qui, sei più lontano
E va bene così, bene co- lontano
Ed io morirò, morirò di fame
E alla fine tu m’illudi in laude.
Che pezzone, e che arrangiamento assurdo che ha tirato fuori con solo una chitarra acustica, che, sia chiaro, ha spesso e volentieri distorto come se fosse elettrica, in alcuni tratti anche con un bizzarro filtro violinesco. Tra un pezzo e l’altro non una parola, forse un grazie e qualche imprecazione detta a mezza bocca nei confronti della tecnologia, è proprio il nostro Alberto Ferrari. Nel finale, che probabilmente non doveva ancora essere il finale, arriva Loniterp (Wow, 2011), dal testo sydbarrettiano che mi piace riportare (la prima parte), anche per non citare solo i pezzi di Requiem (ma ve lo avevo detto che era il mio album preferito – da notare che non ha fatto nulla degli album Verdena, Solo un grande sasso e Il suicidio dei samurai):
Sparirò come senza rimpianti
Jennifer salta giù
Triste sorte, il mio treno galoppa
I raggi ormai c’inseguonoCosa vuoi? Siamo scimmie terrestri
Fa bene all’immagine
Triste a volte come solo l’inferno è
La mia civiltà è sensibileE so che mi spingerai
Dove tu non sei più
Ultima canzone: Identikit (Endkadenz Vol. 2, 2015). Un’ora e un quarto di concerto. E poi il delirio. L’apoteosi di qualunque concerto rock che possa davvero chiamarsi tale. Stavolta non ce n’è per nessuno, Alberto lancia la chitarra giù dal palco dietro di sé e si accanisce su di essa con numerosi calci, la riprende in mano, il manico è spezzato in due. Fine. Se ne va passando dal corridoio laterale mentre il pubblico rimane tra l’estasiato e l’inorridito. Io, naturalmente, sono fra i primi, era da tempo che non assistevo a un’esibizione di tale impatto emotivo. Se non lo sapete su questa cosa dello sfasciare le chitarre ho scritto anche un libro**, per cui mi tocca particolarmente, e poi con una chitarra acustica! evento più unico che raro. È finito tutto, il bis, anche volendo, non si può fare perché la chitarra non c’è più, letteralmente: la gente accorre per strapparne un pezzo come in una tragedia euripidea, ho visto un tizio uscirsene tutto contento con una scheggia della cassa armonica. Io, figuriamoci, guardo tutto con algido distacco, ma godendo dentro, pensando segretamente che finché ci sarà un Alberto Ferrari su questa terra non tutto è perduto, che il fuoco del rock non si è spento del tutto e da qualche parte riesce ancora a far luce. Quello che conta è sapere dove andare a cercarlo.

…
* Nel 2007 avevo un nokia 3310 o 3330, non ricordo ma sono pressoché uguali, una macchina da guerra indistruttibile che dimenticavi nei pantaloni, non si scaricava mai e tiravi fuori un paio di volte al giorno se andava bene. L’avvento degli smartphone e soprattutto della loro variante chic, ha reso particolarmente guardinghi i loro proprietari, i quali tengono troppo alla loro incolumità per buttarsi nell’arena. In ogni caso, per me va bene così: mi sento ormai troppo vecchio e stanco anche solo per immaginare di pogare.
** L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia (Arcana, 2021).
