Il femminismo in uno slogan

AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco

Di Stefano Marullo

Cara Monica, vorrei declinare il dialogo di oggi con “frasi e concetti simbolo del femminismo” andandoli a scovare nei testi e negli slogan delle grandi manifestazioni femministe a partire dai primi anni Settanta del secolo scorso. Intanto è stato scritto che “il femminismo è l’unica rivoluzione del Novecento che non è stata sconfitta”. Se è così, perché?

Perché è l’unica rivoluzione nonviolenta che si articola nei millenni, da quando inizia l’avventura umana e si è delineato e acceso il conflitto tra donne e uomini, che ha portato con sé il determinarsi di diadi conflittuali tra le quali: natura/cultura, corpo/mente, produzione/riproduzione, eros/thanatos. Certamente le fasi della forza e dell’incisività del movimento femminista sono state, sono e saranno, cicliche, carsiche e poi di nuovo in affioramento nei diversi modi, linguaggi e pratiche in sintonia con le epoche storiche, politiche e sociali. C’è però un tratto che unisce ogni fase e rende contemporanea la lotta femminista: la critica generativa dei ruoli sessuali imposti da regole di comportamento (quasi sempre in forte legame con l’uso politico delle grandi religioni) che non solo ingabbiano le donne ma anche gli uomini. Lentamente anche una parte di uomini lo sta comprendendo, abbracciando il messaggio di metamorfosi intrinseco nel pensiero e nella pratica femminista.

Uno slogan classico usato (e abusato) è stato “Tremate, tremate, le streghe son tornate”. Tu sulla caccia alle streghe ci hai fatto la (prima) tesi di laurea, giusto?

Sì, avevo 24 anni, facevo la giornalista già da oltre 4 anni e il titolo della tesi era una domanda, lo strumento principale del lavoro di inchiesta e di relazione: Strega, perché la donna? La mia ricerca partiva da quel quesito. Cercai di indagare, e poi di rispondere alla domanda, arrivando a concludere che non era un caso se la persecuzione verso le donne, che per oltre due secoli ha bruciato vive migliaia, forse milioni di mie simili, fosse appunto una caccia al mio sesso. E che, nonostante qualche vittima maschile, se il 99% delle ‘streghe’ erano donne questo era il segnale del terrore del potere generativo del corpo delle donne, dei saperi delle donne sulla natura, sulla fisiologia, sulla ciclicità della vita da parte di molti uomini. Continuo a pensare che in quei circa 200 anni si è espressa in modo feroce la paura devastante di un possibile cambio di civiltà. Non sto parlando della ipotetica sostituzione del patriarcato con il matriarcato, che non auspico. Parlo del fatto che se i valori di riferimento sono la forza muscolare invece della custodia delle vite e dei corpi, se la produzione neoliberista è prioritaria sulla riproduzione sociale della specie, se la tecnologia senza controllo vince sulla natura abbiamo un serio problema.

Ciò che si bruciava con i corpi delle donne, e questo accade ancora oggi in molti modi, era ed è anche il senso del limite che alligna nel rapporto con i doni, i segreti e il potere taumaturgico della natura. La metafora di Prometeo ci dice molto ancora oggi, rispetto alla follia della violenza maschile sulle donne, della guerra e dello scempio delle risorse del pianeta.

Un’altra celeberrima frase, spesso fraintesa, è quella di Simone De Beauvoir “Donne non si nasce, si diventa”.

Già: povera Simone. Meno male che non è qui e non sa che ci sono pezzi di femminismo che propongono di non usare più la parola donna perché sarebbe inopportuna, restrittiva e financo offensiva: ho letto definizioni surreali come ‘persona con utero’, ‘persona che mestrua’, così da evitare presunte discriminazioni verso persone transessuali o che si autodichiarano donne. Grande confusione (e pericolo) sotto il cielo, ma forse di questo potremo discutere in futuro. Quello che mi preme dire rispetto ala frase di De Beauvoir è che, all’epoca nella quale lei la scrisse, il suo intento era quello di svelare e criticare il disprezzo verso le donne ridotte al sesso secondario, a corpo utile solo nella sua versione riproduttiva, poi immediatamente declassato. In fondo quando si fa il complimento più frequente per dire che una donna ha valore le si dice che non è una donna che vale, ma che è valida perché ha gli attributi del valore autentico, cioè le palle: “Sei una donna con le palle” non è forse questo?

Per chiarezza ecco il testo scritto da De Beauvoir nel 1949.

Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna. Ma cos’è la donna? È semplicissimo – dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un’ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla. In bocca all’uomo, la parola “femmina” suona come un insulto; eppure l’uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: “È un maschio!” Ora la donna è sempre stata, se non la schiava, la suddita dell’uomo; i due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali e ancora oggi, nonostante che la condizione della donna si sia evoluta, la donna è gravemente handicappata.

Economicamente gli uomini e le donne costituiscono quasi due caste (due gabbie salariali si direbbe oggi); a parità di condizioni i primi hanno situazioni più favorevoli, salari più elevati, maggiori probabilità di riuscita. Nulla di nuovo si dice quando si afferma che gli uomini occupano nell’industria, nella politica, nell’economia, un numero assai più grande di posti e detengono le cariche più importanti.

L’uomo può pensarsi senza la donna: lei non può pensarsi senza l’uomo. Lei è soltanto ciò che l’uomo decide che sia; così viene qualificata “il sesso”, intendendo che la donna appare essenzialmente al maschio un essere sessuato: la donna per lui è sesso, dunque lo è in senso assoluto. La donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei; è l’inessenziale di fronte all’essenziale. L’uomo è definito come un essere umano e una donna come una femmina: ogni volta che si comporta come un essere umano si dice che imiti il ​​maschio.

Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini – padre o marito – più strettamente che alle altre donne; e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale. C’è una strana malafede nel conciliare il disprezzo per le donne con il rispetto di cui si circondano le madri. È un paradosso criminale negare alla donna ogni attività pubblica, precluderle la carriera maschile, proclamare la sua incapacità in tutti i campi, e affidarle l’impresa più delicata e più grave: la formazione di un essere umano. Finché la famiglia e il mito della famiglia e il mito della maternità e l’istinto materno non saranno soppressi, le donne saranno oppresse.

Puoi spiegare cosa significa invece l’espressione “il personale è politico”?

Michele Serra, nel suo ricordo dell’amico e collega David Riondino scrive del lascito degli anni ’70 del secolo scorso: “Era una piena immersione in quel fiume potente che investiva, ben oltre il suo alveo politico, letteratura, cinema, teatro, canzone, e impattava con la vita personale, i sentimenti, le forme dell’amore. Era quando si diceva ‘il privato è politico’, come se nessuno potesse illudersi, in quella piena travolgente, di rimanersene al riparo, asciutto e indifferente”.

Mi piace che sia un uomo, un collega con il quale non sempre concordo e che ha una intelligenza emotiva brillante e spiccata, a menzionare il motto. Per me forse il più importante del femminismo: ci indica la strada, il percorso di tendenziale e necessaria coerenza nella vita quotidiana di ogni essere umano, in special modo di chi fa politica e quindi indica la via. Anche Giorgio Gaber, in una sua bellissima canzone, Un’idea (1972) descriveva l’ipocrisia di certa sinistra (qui decisamente parlava di uomini) nel propugnare concetti ma non fare alcuna fatica per incarnarli: “Aveva tante idee, era un uomo d’avanguardia, si vestiva di nuova cultura e cambiava ogni momento; ma quand’era nudo era un uomo dell’ottocento. Ho voluto andare ad una manifestazione, i compagni, la lotta di classe tante cose belle che ho nella testa, ma non ancora nella pelle”. Gaber concludeva che “Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione: se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”.

Ecco a me pare che adottare il motto “il personale è politico” sia la strada per ‘mangiare’ un’idea, perché non è solo un’ideale ma una pratica incarnata nel quotidiano delle relazioni così come nella cittadinanza.

Molto da dire ci sarebbe anche sullo slogan “Né Stato né Dio, il corpo è mio”.

C’è stata anche la versione ‘pop’ e più spiritosa che suonava: “Fuori la religione dalle mie mutande”.

Il motto femminista originario fu “Il corpo (o l’utero) è mio e lo gestisco io”.

Si tratta di tre versioni sintetiche di un programma politico che con grande difficoltà anche la sinistra ha faticato a prendere in considerazione, e che è aborrito a destra e dai fondamentalismi religiosi: la qualità della democrazia di un luogo e di una popolazione si misura in primis dalla libertà delle donne di autodeterminazione sulle scelte sessuali e riproduttive.

Rispetto alla richiesta di lontananza dello stato dalle questioni relative al corpo delle donne (e oggi anche rispetto al fine vita) in Italia ci fu un momento interessante negli anni ’70, quando il dibattito femminista era tra la parte delle donne del Partito radicale e le molte femministe, anche a sinistra, che volevano una legge che sull’interruzione di gravidanza regolamentasse l’accesso al servizio nelle strutture pubbliche. Penso che sia stato un momento altissimo dell’elaborazione sulla libertà individuale connessa con la convivenza civile tra i sessi, cosa che oggi è impensabile rispetto, ad esempio, al (non) dibattito sulla prostituzione o sull’utero in affitto. La questione dell’autodeterminazione è un indicatore fondamentale, che descrive il livello di maturità democratica e di laicità di una collettività. Il momento storico contemporaneo è in bilico tra restaurazione e metamorfosi, con un livello di enorme squilibro tra le richieste delle donne e le risposte dei governi, in Europa (fatta eccezione in Francia, in Spagna e nei paesi del nord) così come nel resto del mondo, con la recrudescenza impressionante del fondamentalismo islamico e di quello cattolico negli USA. 


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