Di Duilio Scalici
Ci sono film che, ancora prima di iniziare, senti lontani. Non per un motivo preciso: forse per l’estetica, per l’epoca in cui sono ambientati, per quelle immagini di trailer che non riescono a parlarti davvero. Restano lì, ai margini, come se non fossero fatti per te.
Così è stato con Hamnet. Non avevo alcuna voglia di vederlo. Eppure continuava a tornare: in una conversazione, in un post, in un commento letto di sfuggita. Come un nome sussurrato più volte dal destino. Alla fine mi sono deciso. Sono entrato in sala quasi controvoglia, con quella diffidenza che si prova davanti a qualcosa che pensi non ti appartenga.
E invece mi sono dovuto ricredere.
Hamnet fa esattamente ciò che dovrebbe fare il cinema quando è grande, quando è vero: ti attraversa. Ti prende per mano e ti accompagna, senza trucchi, senza effetti speciali, senza il bisogno di stupirti con artifici. Ti emoziona, dall’inizio alla fine.
Ha il sapore dei film di una volta, quelli in cui contava soltanto la storia. Una storia raccontata bene. E Hamnet è tutto qui: una storia narrata con una semplicità disarmante e con una profondità che toglie il fiato. Non ha bisogno di CGI, di fotografia patinata o di immagini studiate per diventare virali. Non ha bisogno di fronzoli.
È un film bellissimo perché è essenziale. Perché ogni elemento – la regia sobria e impeccabile, la sceneggiatura, le interpretazioni, il montaggio, la colonna sonora – è al servizio dell’anima del racconto. E quell’anima arriva dritta al cuore.
Ho perso il conto delle lacrime. Per chi, come me, è genitore, certe scene non si limitano a colpirti: ti scavano dentro. Ti senti le budella contorcersi, il respiro spezzarsi. Ho pianto come un bambino, senza vergogna, per gran parte del film.
E c’è stato un momento, in particolare, che mi ha spiazzato. Per la prima volta in trent’anni, quella frase immortale – “Essere o non essere, questo è il problema” – non mi è sembrata solo una citazione celebre, ma qualcosa di vivo, di immenso. Mi è entrata nell’anima. L’ho sentita vibrare.
Hamnet non appartiene al mio genere prediletto. Eppure lo rivedrei ancora, e ancora. Perché è uno di quei film che ti ricordano cos’è il cinema quando mette al centro l’essere umano.
In un tempo plasticoso, artificiale, dove spesso l’immagine conta più della sostanza, un’opera così è necessaria. Perché qui a vincere è l’animo umano. E nessuna intelligenza artificiale, nessun effetto speciale, potrà mai competere con la verità di una storia raccontata con cuore e coraggio.
Un film come non se ne fanno più. E proprio per questo, prezioso.

Foto di copertina di Duilio Scalici.

