Di Michele Savino
Senza mia colpa, contro volontà,
la cenere qui sotto fu già un uomo,
questo sacco di merda che cammina.
Per mia colpa ed espressa volontà
sarò cenere e merda per l’eternità.
Corrado Govoni
Di Govoni si parla poco e ancor meno si ristampa, tantoché le sole copie esistenti di molte sue raccolte poetiche sono tuttora quelle prime e ormai introvabili edizioni pubblicate in vita dall’autore.1 La memoria del poeta ferrarese parrebbe sopravvivere nelle antologie, scolastiche e non, che immancabilmente si fregiano de Il palombaro govoniano, quale vestigio esemplificativo di un’autentica poesia visiva propriamente futurista.
Eppure Corrado Govoni fu prolifico scrittore, che ci consegna un’opera vastissima: oltre duemila poesie da suddividersi in circa venticinque libri, ai quali s’aggiungano svariate opere di prosa. Evidentemente, se a lungo scrisse, a lungo finanche ei visse, o meglio, se non altro, non perdette la vita in giovanile età, sì come tristemente accadde a molti di quei poeti crepuscolari coi quali Govoni condivide la disillusa malinconia sognante delle sue prime raccolte, una su tutte, esemplificativa per il titolo, Gli aborti (1907), che dista solamente un anno dal Piccolo libro inutile (1906) del Corazzini, del quale Govoni fu amico carissimo.
L’atmosfera poetica di queste raccolte è propriamente quella evocata dai sopraccitati titoli: profondamente dimessa, melanconica ed antieroica. Lo stesso Govoni dichiarava, in una lettera a Lucini, di avere “sempre amato le cose tristi”, tristezza che serpeggia pure fra i versi di certe sue singolarissime poesie giovanili concepite come sperimentali elencazioni prosastiche:
DOVE STANNO BENE GLI UCCELLI
Le rondini, sui fili del telegrafo.
Le candide colombe, sulle gronde.
I falchi, in mezzo a le rovine e sulle cattedrali.
I corvi, sopra il capo degli impiccati.
I pavoni, sulle scalèe principesche.
I pappagalli, nelle cucine.
I canarini, negli alberghi di provincia.
Le upupe, singhiozzanti in cima ai pioppi, le notti d’estate.
I passeri, sui tetti nelle siepi e nei fienili.
Le aquile, sopra i monti immacolati.
Gli aironi, dentro le paludi.
I cigni, al polo e dentro le fontane.
Le anitre colorate, nei canali.
Le allodole trillanti, nell’ azzurro ardente.
I gufi e le civette, dentro i cimiteri
e nell’anima mia.2
Ben si comprende come la poetica crepuscolare di Govoni, e pure la sua fugace stagione futurista, rappresentino invero eccentriche incursioni sui generis, dove già si palesano certe soluzioni immaginative modernissime, che propriamente caratterizzeranno talune raccolte più mature e che ispireranno future generazioni di poeti, come poterono confermare pure Papini e Sinisgalli; quest’ultimo, ne L’età della luna (1962), ebbe modo di dedicare a Govoni parole d’affettuosissima riconoscenza:
Bisognerà rendere giustizia al vecchio Govoni. Quell’ebbrezza che la sua poesia ci comunicò da ragazzi noi l’abbiamo perduta, non l’abbiamo più trovata nei poeti che ci sono stati parenti più prossimi […] Govoni lavorava en plein air, raccoglieva nel suo sacco lungo i grandi pellegrinaggi tutto quello che l’universo gli metteva davanti agli occhi e davanti ai piedi. Assolutamente spoglio di pensieri, di idee, di filosofia. Seguiva la sua buona stella come un vagabondo […] Govoni c’incantava con la sua mercanzia venduta a buon prezzo e in una baracca suburbana. Il bambino e il vecchio trovavano sempre qualcosa che nessun altro aveva mai portato e che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il signor Govoni con la sua bancarella.3
L’anaforico poetare elencatorio, vera cifra govoniana, ha il potere di traslare la tradizionale centralità lirica del soggetto verso un’oggettualità catalogatrice e prosastica, un’antilirica che costituisce l’autentica novità che sgancia Govoni dal repertorio stilistico e tematico tipicamente crepuscolare. Novità, questa, che il poeta ferrarese tuttavia sperse in una sterminata e inarrestabile produzione, un cosmo letterario vastissimo e talvolta sovrabbondante e caotico, il quale costituisce, forse, la ragione del suo parziale oblio, o meglio della difficoltà a riconoscere pienamente l’importanza che la sua opera ebbe in seno all’avanguardismo d’inizio secolo.
Corrado Govoni è autore inclassificabile, il cui fermento creativo ubbidisce solamente all’autenticità del suo ingegnosissimo talento poetico; Govoni, infatti, attraversò atmosfere simboliste, crepuscolari e futuriste in maniera personalissima ed anomala, similmente a quanto fece Palazzeschi, per il quale qualsivoglia etichetta risulterebbe invero limitante.
Nell’opera di Govoni c’è sempre un eccesso proliferante che ne rappresenta contemporaneamente il limite e l’indiscussa forza; il poetare govoniano è un’effervescente ed inesauribile accumulazione d’immagini vivissime e sovente inusuali e metaforiche, con esiti talvolta ludici o surreali, sorprendenti e modernissimi pure a distanza d’un secolo. Govoni approccia le cose del mondo con un’ardita ingenuità sovranamente infantile, compone e scompone instancabilmente immagini su immagini, che, per intensità o singolarità, mettono radici profonde nella nostra mente:
È L’ORA
È l’ora in cui tu senti
dal teatro di luna e di tetti
nelle lor maschere di piuma
soffiare i gufi giovinetti;
è l’ora in cui dolgono agli alberi
le radici come denti.
Nelle case ove gli uomini
dormono a strati orizzontali
come i bachi nei cannicci
filando bava di silenziosi sogni
di cui resta al risveglio
solo una falda di neve gualcita nel cielo,
il grillo del focolare
incomincia a trillare,
usignuolo della cenere.4
Sotto l’entusiastica vena immaginativa, che permise a Govoni di superare la malinconia crepuscolare, cova però, quasi impercettibilmente, uno straniante sentore di tristezza, una connaturata mestizia, fors’anche il dolore d’una vocazione poetica percepita sovente come inevitabile dannazione esistenziale:
Perché da quel momento posso ben dire di aver vissuto la più tormentosa vita di sdoppiamento che si possa immaginare, nell’insanabile drammatico conflitto tra l’esistenza ideale, volubile indipendente ed estrosa della poesia e quella della realtà quotidiana comune, schiavo di mille pregiudizi convenienze legami e leggi ed odiosissime necessità di famiglia e di civile società: un conflitto atroce di ogni giorno e di ogni ora, capace di influenzare maleficamente persino l’area dei sogni, e che mi ha fatto tante volte maledire la mia condizione di poeta.5
Questo tema della dicotomica opposizione fra poesia e realtà, che piega il poeta a dolersi del proprio coatto sdoppiarsi, si sviluppa pure nell’omonima lirica tratta da Inaugurazione della Primavera (1915):
POESIA E REALTÀ
L’anima mia è come l’usignuolo,
che canta canta sopra il biancospino
fiorito, inebbriandosi al suo canto,
come preso in un vortice di sogno
come in preda ad un fascino maligno;
e non s’accorge che, sotto la siepe,
lo fissa e attira, coi suoi occhi molli,
l’immondo rospo a bocca spalancata,
ove presto avran fine e canto e sogno.6
Govoni fabbricò invenzioni poetiche senza sosta, nei panni di un inesauribile fantasista, favolante trapezista e sperimentatore indefesso; in alcune raccolte più avanzate parrebbe finanche approdare ad esiti poetici affini a talune coeve poesie di Penna:
DOMENICA
Brevemente eccitate dal crepuscolo
abbandonan le coppie l’erba amica
stupite e un po’ confuse
di quello che la luna e i treni fanno
tutta la notte alla stanca città.7
La vena poetica di Corrado Govoni, pur attraverso variazioni stilistiche o tematiche, è sempre in inscindibile consonanza col proprio sentire profondo e nondimeno col ritmo vitale della natura medesima, brulicante fermento biologico che i suoi versi immaginifici parrebbero emulare.
La poesia de l’arte crea e ricrea magicamente una sua ritmica vita attraverso un’operazione di sublimazione impressionistica del reale vivente, quella realtà odiosissima che tanto afflisse Govoni sino a sottrargli suo figlio Aladino, fucilato dai nazisti alle Fosse Ardeatine e al quale il poeta dedicò l’omonima raccolta, dove il verso si converte superbamente in doloroso pianto:
QUESTI GIORNI INVERNALI COSÌ CHIARI
Questi giorni invernali così chiari,
e queste notti ancora più serene
mi mettono nel cuore tanto gelo:
come se mi scorresse nelle vene
il freddo dei sessanta inverni amari;
e fosse tutto un vetro terra e cielo
col tuo ghiaccio disciolto dal mio pianto,
dalle Pleiadi al vischio al calicanto.8
Insomma, un grande poeta il signor Govoni; chissà mai che, nell’attesa d’essere ristampato, non decida egli stesso di tornare a trovarci con la sua bancarella…
Note
- Eccezion fatta per il recente studio critico: Matteo Bianchi, Il lascito lirico di Corrado Govoni. Dai crepuscoli sul Po agli influssi emiliani, Mimesis Edizioni, Milano 2023. ↩︎
- Ruggero Jacobbi (a cura di), Poesia futurista italiana, Guanda, Parma 1968, p. 115. ↩︎
- Ermanno Krumm, Tiziano Rossi (a cura di), Poesia italiana del Novecento, Skira, Milano 1995, p. 32. ↩︎
- Edoardo Sanguineti (a cura di), Poesia italiana del Novecento, Einaudi, Torino 2018, p. 303. ↩︎
- Giacinto Spagnoletti (a cura di), Poesia italiana contemporanea, Guanda, Parma 1964, pp. 33-34. ↩︎
- Corrado Govoni, Poesie scelte (1903-1918), Taddei & Figli Editori, Ferrara 1920, p. 220. ↩︎
- Giacinto Spagnoletti (a cura di), op. cit., p. 43. ↩︎
- Ivi, p. 45. ↩︎

