Di Stefano Scrima
Andrea Pazienza non è arte da museo. È un fuoco che qualcuno ha deciso di rinchiudere in una teca per vedere se brucia ancora (ma nelle teche, si sa, l’ossigeno tende a diradare).
Entrando nelle sale a lui dedicate al MAXXI di Roma è bene estraniarsi dal contesto e immaginare di essere in una stanzetta maleodorante di un universitario bolognese (per me abbastanza facile), ma degli anni Settanta (qua ci vuole uno sforzo in più).
Ed è un piacere sadico vedere, sotto vetro, i quaderni di un Pazienza bambino (3 anni e mezzo!) che già impugnava il pennino come un’arma. Aveva il destino scritto nelle mani, e a quanto pare lo sapeva benissimo. Una roba rara, sospetta: quale ragazzino a quindici anni disegna il suo funerale? (vedi più giù il Testamento).

Il percorso si apre con Pentothal (1977), diario di bordo allucinato di una generazione che credeva ancora di poter sovvertire il mondo a colpi di pennarello. È la stagione del caos creativo: il tratto è febbrile, incapace di darsi un limite entro i bordi del foglio. Poi, la china si fa scura e velenosa con Zanardi (1983). Qui la libertà cessa di essere utopia politica per farsi ferocia pura. Zanardi è un virus, un cinismo nichilista che si aggira tra i banchi di scuola con la calma glaciale del predatore. Infine, il percorso conduce – senza pietà – al vicolo cieco di Pompeo (1987), il resoconto di una deriva personale tracciato con la lucidità disperata di chi sa già cosa lo attende in fondo al tunnel. E fra l’una e l’altra tappa, Cannibale, Pertini, Il Male, Frigidaire, Alter Alter e un mucchio di altre cose.

Ma il vero spettacolo al MAXXI, oltre a disegni schizzi tavole dipinti murales installazioni stampe, sono le parole. Prendiamo la lettera del 20 novembre 1974: 25 punti per spiegare perché lui era lui e noi siamo, beh, noi.
3) Io sono di sinistra perché non esiste arte a destra, ed io sono un artista.
4) Il mio odio per il fascismo deriva anche da una questione molto personale e da ricercarsi nella psicanalisi: l’Italia era ai vertici dell’arte contemporanea fino al 1921. Venti anni di fascismo hanno distrutto un paziente lavoro di secoli, da Giotto a Morandi, costringendoci ora ad elemosinare arte da paesi stranieri.
5) Io sono per la cultura e il fascismo no.
Forse il pezzo forte, quello che ti fa venire voglia di ridere e piangere allo stesso tempo, è il suo Testamento (febbraio 1975). Scritto a diciannove anni (sic).
A mia madre. / A mia madre lascio tutto il resto. / A mio padre. / Tutte le nozioni, e son poche, di storia dell’arte moderna, e tutti i miei per forza maggiore inespressi dissensi politici, e tutti i miei consensi per le sue opere, e parte del mio attivismo. / A MIO FRATELLO. / Tutto il peso di chiamarsi Pazienza. / A Gino. / La mia macchina da scrivere, nel caso so dovesse sfasciare la sua, non resisterebbe un giorno senza scrivere qualcosa, e la mia capacità di pensare ad altro. E tutti i “lor siur”, i “sta beno”, e le altre cose in silenzio con me.
E avanti così per due pagine. Nello stesso testo, alla fine, include anche l’epitaffio che avrebbe voluto sulla tomba, il suo sigillo definitivo: “E ANCHE QUESTA È FATTA”.

La vera eredità di Paz, quella che oggi vibra di una frequenza aliena, non è solo la maestria del tratto, ma il suo desiderio di libertà esagerata che trasmette in ogni opera. Pazienza maneggiava il fumetto come un corpo a corpo senza mediazioni. È vero, il ’77 non era solo un contesto politico: era uno stato mentale in cui la creazione artistica non doveva chiedere permesso, né giustificarsi né tantomeno “educare”.
Oggi il fumetto sta vivendo una nuova stagione d’oro (forse non proprio d’oro, come del resto tutta la cultura, ma comunque buona), una sovraesposizione che da un po’ lo ha finalmente ammesso alla corte delle arti “maggiori”. Eppure, osservando le tavole di Paz e guardando poi al panorama attuale, si avverte un enorme cambio di passo. Se il fumetto di oggi tende spesso a farsi narratore di storie “giuste”, a cercare una risonanza sociale che rassicura e inquadra, quello di Pazienza era un terremoto che cercava l’impatto.
La differenza sta nel peso specifico della narrazione: dove oggi troviamo una retorica che cerca di rimettere insieme i frammenti di esistenze ai margini, Pazienza partiva dal caos per tornare a caos. Perché “spiegare” il mondo quando si possono esporne le ferite? Lui era la linea spezzata che rompeva la vernice lucida del sistema, rifiutando ogni intento pedagogico a favore di una verità cruda, scomoda, che non cercava di essere moralmente superiore, ma semplicemente “vera”.
Camminare tra le sale del MAXXI significa confrontarsi con questo fantasma. Viene da chiedersi: se Paz fosse qui, a osservare come il suo linguaggio sia diventato il vocabolario musealizzato di generazioni senza futuro, sorriderebbe della consacrazione o si sentirebbe soffocare dalla troppa compostezza? Probabilmente entrambe le cose. Si farebbe una risata amara, sorniona, prima di voltare pagina. Lui, in fondo, aveva già scritto la parola fine decenni fa, con la sua insopportabile, geniale eleganza: “E anche questa è fatta”.
Siamo noi gli orfani, quelli che deambulano fra le sue opere come rovine di regni perduti, quelli che devono accontentarsi di andare a rifugiarsi per l’ennesima volta nel mondo del nostro caro amico Andrea.

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La grande mostra omaggio per il 70° anniversario della nascita di Andrea Pazienza si intitola Andrea Pazienza. Non sempre si muore ed è ospitata al MAXXI di Roma (Galleria 5). Rappresenta l’esposizione più vasta e completa mai dedicata al fumettista, raccogliendo il testimone della prima tappa (La matematica del segno) svoltasi al MAXXI L’Aquila (qui il ghìgghese di Mondopasca).
Date di apertura: Dal 24 aprile al 27 settembre 2026.
Luogo: MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Via Guido Reni 4/a, Roma.
Curatori: Giulia Ferracci e Oscar Glioti.

