Duane Allman nasce il 20 novembre 1946, sotto il segno dello Scorpione. Nel 1969 fonda con suo fratello Gregg la Allman Brothers Band, che con album solidi come Idlewild South (1970) e soprattutto At Fillmore East (1971) dona al rock sudista un’identità precisa, se non una vera e propria patria sonora: una miscela di improvvisazione jazz, fuoco blues e quell’energia randagia che sembra arrivare direttamente dalle highway americane. Il suo slide è ormai storia: basta mettere su “Statesboro Blues” per capire che quel bottleneck non è un semplice tubo di vetro, ma una sorta di bacchetta magica capace di tirar fuori l’anima dalla chitarra. In canzoni come “Dreams” o “In Memory of Elizabeth Reed” sembra quasi che sia la strada stessa a prendere voce. E poi c’è l’incontro con Eric Clapton, che porta al celebre duetto in “Layla” (1970): un intreccio di chitarre talmente carico di emozione che a volte pare una discussione accesa, altre una tregua, altre ancora una risata improvvisa tra complici. Ma Duane era anche un’anima inquieta, costantemente in movimento, sempre in cerca di un suono nuovo o di una strada da macinare. Ed è ironico – e terribilmente ingiusto – che proprio una strada lo abbia tradito: il 29 ottobre 1971, a Macon, Georgia, a soli 24 anni, muore in un incidente in moto. Una fine tragica che però non ha mai spento l’eco della sua musica. Anzi, oggi ogni suo assolo suona come un frammento luminoso di ciò che avrebbe potuto ancora raccontare, se il destino gli avesse concesso solo un po’ più di tempo.

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Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima

