Di Patrick Damnet
Decima lettera, 7 Settembre, ore 18:35
Caro Stéphane,
sotto i portici di un largo marciapiede verso la stazione ieri mi sono fermato a guardare un cane. Dormiva a gambe per aria, immagine perfetta di felicità, fiducia e fedeltà, perché accanto a lui un Diogene redivivo dormiva altrettanto beatamente (o così sembrava e così spero per lui). Nella società un emarginato, un personaggio da Caritas. In natura un uomo con un cane e, se penso a questo dal punto di vista del cane, emarginato non significa nulla. Ma dimmi, Stéphane, è corretto il punto di vista di un cane? Ieri ero molto tentato a rispondere di sì.
Oggi ho passeggiato con lei per le vie dell’antico castello nella cittàdeldiodelmare, là dove una bella fontana con acqua fresca, sempre corrente, allieta una piazzetta proprio in cima a una stradina che scende a mare. Acqua buonissima, abbiamo bevuto alla fontana. Non abbiamo speso nulla, come se ci fossimo dissetati a una fonte, e in montagna molto raramente capita ancora, e Diogene un giorno buttò via la sua conchiglia guardando un ragazzo bere dalle mani dove l’acqua scivolava, accostata alla fonte. Ma dietro una fontana, col suo vestito di pietra e lucido metallo, una società ben organizzata è presente e ti dice: sta’ attento, non sei in Natura, sei in naturacultura, perché sei un uomo e un uomo non è mai in Natura e basta, perché la sua mente la legge, e le dà forma di cultura.
Ridendo le ho chiesto se i cani intorno a noi, liberi, hanno una cultura canina, anche per loro forse la Natura non è solo natura. Sorridendo mi ha risposto che sì, hanno una mente, e quindi una cultura, ma è canina, pensi di poterla capire? mi ha chiesto. Serio, perché ho perduto da poco il mio cane, ho risposto forse no, ma lui capiva me: i suoi gesti erano chiari, capiva cosa stavo facendo, e il suo omonimo dei miei dieci anni mi capì in un giorno di febbre, stavo male, e lui mi guardò dicendomi di essere un cane e di volere restare con me perché ero ammalato, non si sarebbe allontanato per nulla al mondo. E pur dovette allontanarsi, la società così voleva, la società vuole cose strane, per niente naturali, a volte. Lei e io facciamo sempre il nostro dovere, io sono molto orgoglioso di lei e lei di me, ma la natura chiede altro, e noi viviamo in società. Che dici Stéphane, devo chiedere a Kant o a Sade come si risolve? o a Kant con Sade?
Lei mi ha sorriso, lei mi sorride sempre, sa che il mio mondo interiore può sentire il suo respiro e il suo può sentire il mio, perché anche quel mondo respira, e sa che il nostro cane, che non abbiamo, può farne parte e giocare con noi. Non siamo soli nel mondo, non in quel mondo. Ma non viviamo solo in quel mondo, viviamo anche in società. Quante vite viviamo, Stéphane?
L’acqua della fontana correva ancora quando ci siamo allontanati tornando verso la città nuova. Corre ancora mentre ti scrivo, come le onde del mare continuano nella loro danza. Vuoi vederle? Ecco, questo è il suo mare, lo riconosci Stéphane? Ne senti l’eco, in questo mondo di bit e di link?
Ci allontaniamo sempre di più dalla Natura, ma siamo Natura e forse questo allontanarci lo vuole la Natura stessa. Chi altro può averci dato impulsi interiori, vita e respiro interiore? Come spiegare altrimenti che il loro ritmo, tra Noi, è lo stesso ritmo? La musica è davvero il calcolo di una monade che sa appena di sé in una piccola percezione? Non è per Natura, per la nostra natura, che deformiamo l’albero del nostro giardino?
Ho chiesto risposte ai suoi occhi, mia finestra sulle profondità della vita. Sorridendo mi ha detto leggimi cosa vi leggi, io intanto leggo nei tuoi. Natura volle che leggessimo la stessa cosa, forse riflessa in un gioco di specchi. Incantati, abbiamo continuato a guardare nel nostro specchio, che nessuno si metta in mezzo, qui – pura natura – ci siamo solo Noi… Poi c’è la società, certo, ma l’incanto è nel gioco di specchi dove lei e io leggiamo la stessa cosa: è ancorati alla Natura, Stéphane, che possiamo restare fedeli a chi veramente siamo? Lei, leggendo nei miei occhi, sorridendo ha fatto cenno di sì…

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Immagine di copertina: Jean-Léon Gérôme, Diogene, 1860.

