C’è ancora domani

Di Duilio Scalici

C’è stato un periodo, lungo e intenso, in cui un titolo risuonava nelle conversazioni di tutta Italia, come un’eco che percorreva ogni angolo del Paese. Parlo di C’è ancora domani, l’opera prima di Paola Cortellesi alla regia, un film che ha conquistato l’attenzione di molti, che ha alimentato discussioni e acclamazioni ovunque, fino a superare i confini nazionali. Un debutto che, per certi versi, sembrava incarnare il riscatto di un cinema che parlava di tematiche nobili, urgenti e profondamente radicate nella nostra contemporaneità. In poche parole: un capolavoro.

Come non esserne incuriosito, quindi? Io, che sono un po’ testardo e di natura scettico, non posso fare a meno di rispondere a qualsiasi voce, che sia favorevole o contraria, con una semplice domanda: Posso giudicare senza vedere? E così, mentre il popolo italiano osannava il film, mi sono ritrovato con il mio vizio a fare il passo successivo: andare oltre le parole. Non mi fido di tutti i pareri, lo ammetto. Uno che, però, mi ha sempre colpito positivamente è quello di mia madre. Quando lo vide al cinema, mi disse con un sorriso: “Mah, non capisco tutto questo clamore. Un film carino, sì, ma tutto qui.”

E così, una sera, con Ninfa al mio fianco, ci siamo seduti insieme a vedere la pellicola. Non sono il tipo che si lascia guidare dai pregiudizi, anzi, talvolta mi sono ritrovato ad amare film che altri avrebbero bistrattato, o a detestare lavori di registi che altrove avrebbero raccolto ovazioni. Eppure, questa volta, la domanda rimaneva: cosa dire di C’è ancora domani?

La trama, lo sappiamo, è quella che racconta una donna, una figura di riscatto sociale nel periodo che segue la Seconda Guerra Mondiale. Ma c’è qualcosa di originale nella sua narrazione, qualcosa che affascina, che si distingue: le scelte stilistiche, le metafore che cortocircuitano il dolore con la danza, con quella violenza del marito, interpretato molto bene da Valerio Mastandrea, che diventa, in alcuni momenti surreali, una sorta di ballo, un’evocazione potente, che sfiora il simbolico, il fantastico.

Ciò che tiene viva la pellicola è l’obiettivo segreto della protagonista, rivelato solo nel finale. Una missione nobile, forse perfino emozionante. Ma, e qui il cuore della mia riflessione, questo non basta per elevare il film a capolavoro. La fotografia, in bianco e nero, appare piatta, come se non riuscisse a trasmettere quella forza emotiva che ci si aspetta da un lavoro di questa portata. E la recitazione, per quanto buona, non trova mai davvero quella scintilla che la elevi al livello di un’opera memorabile. Non parlo di un brutto film, ma non è nemmeno un capolavoro.

Un buon esordio, senza dubbio, ma spesso bisogna essere sinceri e non girare troppo intorno alle parole. Dopo aver rivisto mia madre, non potevo fare a meno di darle ragione. “Un film carino, sì, ma tutto qui”.

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Foto di copertina di Ramona Fernandez


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