Blue Monday

Di Donato Novellini

Uscì nel 1983 il vinile di Blue Monday (sul retro il prolungamento strumentale The Beach), per l’etichetta indipendente Factory Records, da subito con impicci economici riguardo al costo della copertina: l’idea grafica di Peter Saville mandò in perdita ogni singola copia distribuita, costando l’involucro più del guadagno sul venduto. Ma chi se ne fotte, visto che diverrà il mix più diffuso di tutti i tempi, per giunta entrando nel gergo contemporaneo a indicare il giorno più triste dell’anno. Un brano che tutti conoscono, perfino gli sprovveduti: “La gloria presso il popolo, ecco ciò a cui bisogna aspirare. Niente varrà mai quanto lo sguardo sperduto della salumiera che ci ha visto in televisione” scrisse Jean Baudrillard, generando appetiti tra i proletari mancuniani, pionieri di nuova musica negli anni ‘80. Una maniacale questione materica e di stile: taglio artigianale ultrapreciso di un floppy disc – all’epoca icona fantascientifica quasi a portata di mano – e criptici segni cromatici messi nell’oscurità tutti da decifrare (Fact. 73, un codice crittografato formato da file di quadratini colorati sul lato destro, che nasconde le informazioni strettamente necessarie); niente nomi, niente titoli, niente ammiccamenti, nient’altro in copertina. Blue Monday appare addirittura come una creazione austeramente monacale, aliena, indipendente dai suoi compositori, sorta di Frankenstein sonico sfuggito di mano. Infatti il golem elettronico fu partorito in seguito alle sperimentazioni della sessione 586, ideata per evitare i bis dopo i concerti, ovvero lasciando che fossero “le macchine” a suonare al posto degli umani. L’utopia robotica dei Kraftwerk aveva dunque eredi.

Cronologicamente emesso dopo i singoli Ceremony (1981), Procession (1981), Everything’s Gone Green (1981) e Temptation (1982) – segnando di fatto il compimento di un tragitto d’emancipazione dagli inferi esistenzialisti del passato Joy Division – il singolo esercitò un potere perverso sul pubblico per la sua collocazione al crocevia: Non è Dance e non è Rock; non è infatti il disco a blandire l’acquirente, bensì quest’ultimo a farsi domande sul proprio destino semovente ed auspicabilmente danzante, anche nell’immobilità di un ascolto “estetico” e passivamente contemplativo. Dopo il nero il blu, dopo gli impermeabili grigi il viaggio chimico, come se la processione dal monastero conducesse direttamente in discoteca passando per la fabbrica chiusa, fattasi nel frattempo ludica cattedrale per consumatori di droghe nuovissime. Cambiamo i fiori, ma pure i vasi. Passaggi segreti, austeri codici cromatici, geometrie pulsanti tra sottomondi in procinto di farsi design meccanico, sballi per weekend superficiali ma non privi di memoria riguardo alle vite precedenti. La ciminiera diventa logo postmoderno, gregoriano e plastica resa suono, ghiaccio di parole ora pronte ad affrontare lo sguardo indistinto della platea, ora icastiche ed abbandonate nel magma sonoro: “How does it feel, to treat me like you do, when you’ve laid your hands upon me, and told me who you are”.

Che fare d’altronde, il primo giorno della settimana, se non rassegnarsi ai meschini doveri? Oppure pescare dal mazzo l’unica carta vincente e svoltare. In fondo, tra tappezzeria elettronica e sintetica moquette, il tinello musicale nel 1983 pareva davvero rinnovato. Addio ai minatori e alle vecchie chitarre, si aprivano ufficialmente gli effervescenti anni ’80. Contestualizzare il nuovo ordine nel cromatico azzeramento Klein ed evaporare come fenici in un caracollante incedere di evanescenze strobo-sferiche. Probabilmente se non vi fosse stata la sessione ritmica – Hooky & Morris – a tenere i piedi a terra, potremmo a ragione disquisire di pretenziose inadeguatezze, di proiezioni nel vuoto, di orticello sinth-pop per jingle usa & getta. Di coriandoli. Di cartongesso radiofonico e playback. Di siparietti per yuppies diretti a Ibiza. Bernard Albrecht, dal canto suo, ha già un futuro edonista con altro nome (Sumner) alimentando più silenzi reticenti che confessioni aneddotiche. Chi è infatti quel tale, con zazzera bionda e taglio Hitlerjugend? Chi è quel tale – estratto a sorte – che non sa cantare, con le maniche della camicia arrotolate e l’espressione ebete? Oziosità e tentennamenti: cosa resta dello sbarbato chitarrista dei Joy Division appassionato di astronomia e ipnosi? La sovrapposizione s’adatta a stento. Un senso d’inadeguatezza, l’impaccio del microfono davanti al muso, il fantasma Ian Curtis giusto dietro le spalle, certezza di stonare proprio quando il punk non era più lì a proteggere con la sua ostentazione del difetto. Consapevolezza di scazzare proprio davanti alle telecamere, sempre pronte a convogliare il tutto in discarica per lasciare spazio a nuovi prodotti e a nuovi consumatori. Le liriche poi, pesanti da recitare conto terzi e tutto quell’ingombro della coerenza – c’era pur sempre un cadavere col quale fare i conti, al tavolino del pub – quattro pinte, tre comprimari e la star traslocata al camposanto per sua mano. Adattamenti e disadattamenti, prima di scegliere l’inevitabile cambiamento. S’aggiungano maldestri tentativi danzanti, passi incerti nel passaggio tra gotico cimiteriale (Closer) e futurismo italiano (Movement). In fondo il segreto della canzone è la via di fuga (Autobahn) ma dell’arcobaleno non si può fare incetta a casaccio. Bisogna scegliere un colore, e scelsero il Blu.

Cos’è il blu? Di Lunedì poi, se non l’evasione del cielo, scappato via in un’arcana astrologia scintillante, quando la vita diventa soffocante, tedio tra ciminiere mattoni rossi operai ultras pecore nere caligine e patate lesse con bacon and eggs. “Vedo una nave nel porto, non ci riesco ma dovrei obbedire, se non fosse per la tua sfortuna, sarei un santo oggi”, recita sbadato Sumner, come incurante dell’onere di dover cantare. Il boss della Factory Records, Tony Wilson, parla di situazionismo, di dadaismo e filosofia, ma intanto dopo il tour negli USA abortito e poi rimandato per rielaborare il lutto, l’incertezza regna sovrana. Scambiare una musica inedita per un’autostrada infinita, brevettare un generatore automatico d’indaco, oltremare, cobalto, di Prussia. Possibile? “Dobbiamo assolutamente andarcene da qui”. C’era sentore di tradimento, c’era la seria possibilità che qualunque altra cosa dopo il cambio di ragione sociale risultasse sbagliata, inopportuna, inferiore, deleteria, ma soprattutto a più grave onta “Commerciale”. A tal fine: maracas! Blue Monday, in 7 minuti gommosi privi di ritornello, scardina ogni logica iniettando nelle vene del groviglio sonoro l’esatto contrario del punk, ovvero l’incedere robotico della cartilagine Disco, il circolare pulviscolo luminoso dello strobo sopra teste stordite, l’effluvio lisergico ben disciplinato in monotoni battiti artificiali, (auto) trasformandosi così in un colossale patchwork a sé stante, travalicando le etichette di genere per consegnarsi alla Storia. Pur restando ancora miracolosamente punk.

Blue Monday – New Order, Factory Records, 1983.


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