All Pigs Must Die

Di Donato Novellini

“Un pazzo, chiaramente dev’essere uscito di senno”. Ecco cosa mi venne in mente di primo acchito, quando strinsi tra le mani l’ennesimo vinile, va da sé in edizione limitata, firmato dal quel vecchio misantropo di Douglas Pearce. Infausto giorno per altro quello, associato mnemonicamente a una micidiale seduta dal dentista, tant’è che mai più lo riascoltai All Pigs Must Die, così come ciò che sempre più tristemente ne seguì. Coi suoi Death in June, Mr. P. passò dal post-punk più rigoroso di matrice Joy Division, alle sperimentazioni industrial esoteriche, assestandosi quindi negli anni ’90 nei meandri di nerissime ballate acustiche, di fatto inventando il cosiddetto stilema “folk-noir”. Vennero poi imitatori, plagiari menestrelli, lettori di rune, guastatori bellicisti, il giro s’allargò formando una sorta di scena alternativa all’alternativa, culto sotterraneo non scevro da suggestioni pseudo-nazi, epiche paganeggianti, occultistiche, catacombali. Un pericoloso gioco di simulazioni, ambiguo rimestamento estetico nei torbidi scenari della seconda guerra mondiale, sottomondo che quantomeno fornì ispirazione per alcuni album degni di nota. Pensiamo alla poetica decadente di But, what ends when the symbols shatter? e Rose clouds of holocaust o al wagneriano Take care and control, episodi assai pregevoli, prima della deriva isolazionista e un po’ ripetitiva degli ultimi tempi. Lì in mezzo, assieme ai consueti guai con la censura, sonnecchia All Pigs Must Die, invero disco velleitario, bislacco, senza capo né coda. Brutale rumorismo su un lato del vinile, giustappunto color rosa maiale, arpeggi cantautorali talvolta apprezzabili ma già sentiti dall’altro. Niente di trascendentale, difatti la questione musicale passa bellamente inosservata al cospetto dell’assurda copertina, raffigurante il cantante inglese al solito mascherato e in tenuta mimetica, nell’atto di sgozzare col pugnale – sì, proprio quello delle SS con su inciso Meine ehre heißt treue – un pupazzo di pelouche dalle suine fattezze. Talmente sconcertante quello scatto d’apparire quantomeno annoverabile tra le curiosità in ambito kitsch, a maggior ragione se confrontato con il tipico stile epico e statuario di DiJ. L’improbabile scenetta da macelleria simulata, chiaro richiamo alla favola dei tre porcellini, si svolge dentro una casetta presumibilmente collocata in un parco giochi. Ci si chiede, per altro, come abbiano fatto ad entrare in quel fanciullesco reame, per organizzare un sevizio fotografico armati di daga e in abbigliamento paramilitare. Ora, nella follia può ben esserci del metodo, ma ciò che qui travalica il segno è la motivazione che sta dietro alla grottesca rievocazione fiabesca, rendendo per giunta la musica quasi accessoria, subordinata com’è al rancore personale. Si tratta infatti di una sorta di vendetta – evocata in maniera nemmeno troppo allegorica già dal ferale titolo – messa in atto sotto forma di concept-album, ai danni dei titolari dell’etichetta indipendente World Serpent (David Gibson, Alan Trench and Alison Webster). I tre discografici in questione, stando a Douglas Pearce rei di aver lucrato oltremodo sul catalogo in distribuzione lasciando agli artisti le briciole, prendono le sembianze di porci fantocci, meritevoli quindi di pubblica esecuzione in parco giochi per leso onorario. Fuoriuscita di ovatta in luogo del sangue, fortunatamente pare siano ancora vivi. Insomma misere faccende di bottega, fatti personali, questioni che poco importano all’ascoltatore, ma che pure assurgono a ispirazione concettuale ed estetica per l’ennesima uscita discografica della Morte in Giugno. Ecco, tutto questo panegirico solo per confermare che esistono copertine belle, copertine brutte e, addirittura, copertine di dischi che forniscono il pretesto per sordidi regolamenti di conti.

All Pigs Must Die – Death in June, 2001, Leprosy Discs


Pubblicato

in

da