Di Donato Novellini
Il debutto a 33 dei tedeschi Propaganda potrebbe essere ripreso oggi come colonna sonora perfetta di questo nostro plastificato clima epifanico, di eterno futuro verboso quanto inafferrabile: una cosa balorda che sta a metà tra la promessa utopica di un mondo migliore (qui ridere) e le seduzioni fantasmagoriche dei più inquietanti siparietti distopici; libertà libertà libertà, certo, ma fino a un certo punto, tipo l’intransigenza delle autorità germaniche che costò la censura alla cover del singolo “p: Machinery”, a causa di una citazione elogiativa di J. G. Ballard nei confronti dei terroristi della Rote Armee Fraktion. D’altronde già dalla ragione sociale scelta dal quartetto si può intuire un certo gusto provocatorio, tipico della Neue Deutsche Welle (D.A.F. ad esempio) e degli antesignani guastatori Throbbing Gristle, epperò già astutamente proiettato verso luccicanti vetrine commerciali. Lì in mezzo, tra sperimentazione espressionista debitrice a Fritz Lang (“Dr. Mabuse”) e astuti ammiccamenti pop (“Duel”), sosta A Secret Wish, perfetto esempio di una musica elettronica “barocca”, iper-costruita, baricentro effimero e cortocircuito artistico di quella curiosa decade zeppa di stravaganze. Il disco, formalmente ricamato dalle prolissità concettuali del giornalista inglese Paul Morley e pompato da necessità di fare cassa dal produttore “futurista” Trevor Horn, può annoverare in scaletta una pregevole rilettura synth-pop di “Sorry For Laughing”, piccolo classico post-punk degli scozzesi Josef K. L’indiretto collegamento a Il processo di Kafka, corroborato da sparigliate citazioni di Edgar Allan Poe, Albert Camus – “Without beauty, love, or danger it would almost be easy to live.” – svelava in parte i piani situazionisti della compagine ZTT, ovvero l’intento di mettere assieme colti riferimenti letterari e filosofici alla persuasione propagandistica di melodie orecchiabili e a sonorità create in laboratorio; l’alto e il basso si dirà poi, al fine di sabotare il sistema musicale dall’interno secondo una vecchia favola sempre affascinante. Ovviamente l’esperimento fallì, ma ci resta comunque – oltre al solaio impolverato della musica artificiale impressa su vinile e ai ricordi d’infanzia legati alla radio e ai dj delle sagre di paese – una ispirata copertina a firma Anton Corbijn, responsabile anche degli scatti alla band posti a contorno. Il noto fotografo olandese (U2, Depeche Mode, Joy Division) opta per una soluzione elegante e allusiva, al solito sistemata col suo intenso codice espressivo, bianco e nero, qui con sfumature cineree, azzurrognole. Uno spoglio manichino in ferro traforato, messo di profilo dentro una cornice grafica grigia con sfondo di ombre incerte, sembra strizzare banalmente l’occhio alla femminilità da sfilata, all’armamentario glamour della moda, reparto alta sartoria dietro le quinte. Evocando in modo subliminale sia gli scatti magici Herbert List che certo ready made di ascendenza Dada, Corbijn risolve il concetto sul retro, grazie a un geniale ribaltamento di senso, esteticamente piuttosto feticista. Il rigido sostegno per abiti perde nella seconda foto la sua funzione utilitarista, per trasformarsi in abito-gabbia, come si evince dalla bella schiena nuda della cantante Claudia Brücken, che appare cinta come da un’armatura medievale in odor di tortura. Ne deduciamo un passaggio di consegne davvero spiazzante: se il manichino diventa veste tentatrice, il corpo di donna finisce per sostituirlo, facendosi passivo oggetto carnale, imprigionato in metallico bondage. Troppo facile però saltare a conclusioni sociologiche contemporanee, tipo retorica denuncia della donna oggetto; la bellezza elusiva del doppio scatto di Corbijn, resta sensuale e al contempo assai castigata, algida, senza quindi scadere in volgare pacchianeria. Il gioco interpretativo finirebbe in pedanteria, attribuendo probabilmente significati all’epoca nemmeno ipotizzati dal grafico. Resta quel riferimento non casuale, illuminante in merito, evocato nel titolo del disco: l’ora del Desiderio Segreto, non più quella dei Piaceri Sconosciuti. Tutto però durò il tempo di un bagliore circoscritto, costretto in corsetto. Poi meteore e un mesto destino nostalgico nelle tristi compilation anni ’80 da raccattare all’autogrill.

A Secret Wish – Propaganda, ZTT, 1985.

